MAFIA E AFFARI IN VALSUSA / 2: LA CAVA DEI VELENI A SANT’AMBROGIO. LAVORATORI SVENUTI PER I RIFIUTI TOSSICI: “QUELLA ROBA CI AMMAZZA!”

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L’INCHIESTA di FABIO TANZILLI

Rischiare la vita per lavorare e smaltire rifiuti clandestini alla cava, bere il latte per sopravvivere ai veleni della ‘ndrangheta. Non siamo a Gomorra, ma in Val Susa, a Sant’Ambrogio.

“Quella cosa che esce dalla cisterna… a noi ci … ci ammazza!”. Non è un romanzo, ma il testo di un’intercettazione tratta dall’ordinanza di arresto del gip nell’ambito dell’operazione “San Michele”. Lo sfogo dell’operaio si legge nelle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta che ha portato all’arresto di 20 persone legate all’ndrangheta, tra cui l’imprenditore Giovanni Toro, gestore della cava. E svela un retroscena drammatico fatto di sfruttamento, di condizioni di lavoro difficili, dove oltre al disprezzo delle regole e della legalità, vigeva il disprezzo della dignità e della salute dei lavoratori.

Andrea (nome di fantasia per tutelare la persona) è un operaio emigrato dalla Puglia in Piemonte per lavorare nell’ormai famigerata cava di Sant’Ambrogio, al centro dell’operazione “San Michele”. Insieme ad altri due operai, il 5 febbraio 2013 aveva ricevuto l’ordine di aprire alcuni dei fusti depositati alla cava, contenenti i rifiuti, e fonderne il contenuto. Fusti lasciati là da varie imprese clandestinamente, senza autorizzazioni, proprio per garantire a Toro introiti economici e favori. Una mansione pericolosa, soprattutto perché nessuno sa ancora cosa ci fosse dentro quei contenitori, e se quelle sostanze fossero tossiche o nocive.

Infatti Andrea apre i fusti, ma l’inalazione di quelle sostanze lo va svenire e batte la testa contro le lamiere. “Per non richiamare l’attenzione queste operazioni venivano eseguite di notte – spiega il Gip nell’ordinanza – dal cumulo i rifiuti esalavano cattivi odori, senza essere a conoscenza di cosa vi fosse sotterrato nella parte inferiore”. L’episodio viene svelato in una telefonata intercettata tra l’operaio e Toro: “Mi sono sentito male per quella cosa che esce da sotto…”. E cosa risponde Toro? Ci si aspetterebbe un briciolo di umanità e comprensione. Invece le parole sono dure come pietre: “Ti stai comportando male, non sei più quello di prima – gli dice – non andiamo più d’accordo, non ti piace più stare con me, parlerò con tua madre”.

Il ricatto psicologico è legato alla famiglia del giovane. La mamma di Andrea sta al sud, il figlio è venuto in Val Susa con la speranza di avere un lavoro e un futuro. Non sa scrivere, a malapena leggere. E Toro lo avverte: “Se a te ti va bene rimani e ti comporti in un certo modo, sennò puoi anche andare in Puglia”. E aggiunge: “Non hai rispetto per una persona che ti ha dato da mangiare fino adesso – gli rinfaccia  – una persona che ti ha dato casa e bollette, ti ho pagato tutto… per me …. e se non hai rispetto per me, telefona a tua madre ed è finito tutto”. Eppure non si trattava di un caso isolato:  dalle carte dell’inchiesta emerge che Andrea non era l’unico dipendente ad aver accusato malori nel corso della procedura di fusione del materiale contenuto all’interno dei fusti.

Sempre dalle intercettazioni, si scopre che uno dei collaboratori di Toro, aveva avvertito l’imprenditore di questi rischi per la salute degli operai: “Quando riempono con la con la caldaia attaccata… escono tutti i fumi.. tutti i vapori… e quando vai a versare bitume dentro, e lì che ti da il colpo” dice il collaboratore di Toro “Carlo (un altro degli operai ndr) mi ha detto che sono stati male, sono dovuti andare a bere del latte … e Andrea mi ha detto che è svenuto…”.

Toro si sfoga con il fratello su questo atteggiamento “poco collaborativo” degli operai: “Mica ci sono sempre lavori belli da fare, puo’ capitare anche … che ci sono lavori brutti… e cosa facciamo … non li facciamo?  C’è da fare anche quello…se non lo fanno loro chi lo deve fare? A chi dobbiamo mettere?”. Nei giorni successivi però è lui stesso  a sfogarsi con una delle imprese che era andata a scaricare quei rifiuti, defindoli “la merda della merda”.

“Non ne voglio … minchia … cosa mi hanno portato?”. La stessa cosa la confessa al fratello: “Guarda che qua dietro hanno buttato tanta di quella merda che non si capisce…fusti con della roba dentro … c’è di tutto eh”. “Cerca di seppellirli un attimo – risponde il fratello – se esce sta roba ci inchiodano tutto”. Veleni seppelliti nel terreno: in altre intercettazioni raccolte a febbraio, emerge la preoccupazione per la pericolosità di quelle sostanze.

Sempre l’operaio Andrea fa notare a Toro di essere stato costretto, insieme ad un altro dipendente a far ricorso a cure mediche “Ma non siamo andati in ospedale” rassicura, per evitare sospetti e provvedimenti. “E’ roba brutta, roba tossica – dice Antonio Toro al fratello – c’è un odore strano, ho trovato anche dell’eternit”. La conferma della pericolosità viene resa proprio dall’operaio svenuto, ad aprile, nel verbale d’interrogatorio coi carabinieri: “Una volta aperta la cisterna, mentre stavamo rompendo il bitume solido  con il martello per trasferirlo nella cisterna, io e Alì (un altro operaio) abbiamo perso i sensi. lo svenendo ho sbattuto contro la parte superiore della cisterna che avevamo tagliato. Solo per un caso tale incidente non ha avuto conseguenze gravi. Alì non ha perso i sensi ma accusava mal di stomaco e mal di testa. Appena ci siamo resi conto di quanto stava accadendo siamo andati in un negozio di Sant’Ambrogio ad acquistare del latte per disintossicarci”.

Fabio Tanzilli


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