NELLA CHIESA DI COAZZE C’È UNA NUOVA ICONA, GRAZIE AL PITTORE DI GIAVENO ELIO STEFANO PASTORE

di PAOLA TESIO

COAZZE – Una chiesa abbarbicata tra le montagne, scrigno di storia e tradizione, si erge sul fondovalle di Coazze dominando il paesaggio e custodendo le baite di borgata Marone; venne eretta sui resti di un’antica cappella dedicata a San Giacomo Maggiore.

Il frate trappista Carlo Emanuele De Meulder, fuggito dai giacobini durante la Rivoluzione Francese, trovò accoglienza e rifugio proprio all’Indiritto, luogo ameno soprannominato “Il deserto di Coazze”, ove trascorse parte dell’esistenza dal 29 novembre 1791 all’autunno 1799.

Grazie al contributo che gli perveniva dall’eredità della sorella Marie Jacqueline Josèphe e all’intercessione della principessa Maria Clotilde, venne edificata la chiesa per quella confraternita di oltre 800 persone; i lavori iniziarono nel 1792 e le mura furono innalzate nel 1793. Venne affrescata dal giovane Luigi Vacca che, sebbene adolescente, decorò con maestria e genialità ogni particolare, imprimendo nei volti e nei corpi dinamismo, armonia e pathos: immagini connotate dal potere di illustrare e tramandare il significato metaforico dei passi religiosi anche agli illetterati incapaci di leggere i testi biblici.

Raffigurazioni intrise di simbologia: nel volto di San Giacomo che predica risulterebbe dipinto il monaco trappista, mentre nel viso di San Giovanni evangelista l’adolescente pittore avrebbe impresso il proprio autoritratto. Questo luogo di culto arroccato tra le vette rimembrava al cistercense la Sacra di San Michele, rievocata persino dalla roccia celata tra l’intonaco del presbiterio, un voluto rimando alla cima del monte Pirchiriano lasciata scoperta nella nota abbazia.

De Meulder descrisse mirabilmente la scenografia che si stagliava innanzi ai suoi occhi nel libro “Il Pastore Solitario”: “Alte e vaste montagne sempre ricoperte di ghiacci che appena mi lasciano intravedere il sole: queste rocce che spaventano e sembrano minacciare il cielo, il terreno ingrato, la povertà e la miseria degli abitanti, il pesante silenzio che vi regna eternamente”.

La semplicità di quelle genti di montagna contribuì alla costruzione della chiesa: mani forti portarono pietre per i muri e legna per le travi e nei secoli le stesse maestranze contribuirono ai restauri.
Oggi quella comunità tanto coesa è ancora in grado di animare la vita religiosa dell’Indiritto di Coazze; lo dimostra il recente dono del pittore giavenese Elio Stefano Pastore, avvenuto nella celebrazione eucaristica di domenica 4 febbraio.

Un’icona raffigurante la Madonna con Gesù, realizzata su una tavola in legno le cui forme naturali ricalcano le asperità dei monti. Il volto di Maria è proteso verso il bambino; gli occhi socchiusi infondono l’amore di una madre verso il figlio, generando sentimenti indescrivibili e sublimi. Per l’armonia dell’espressione la si potrebbe definire una “Madonna dell’Umiltà” la cui luce riflessa si riverbera nella speranza del bambino che osserva con gioia quel mondo nuovo che appare dinanzi a lui carico di promesse future. Sullo sfondo le montagne della Val Sangone svettano nell’azzurro del cielo che sovrasta le nubi: il panorama avvolge i soggetti nella meditazione dell’anima.

Questa interpretazione sacra incarna appieno alcuni versi della Lauda del Bambino composti nel Settecento proprio da Carlo Emanuele De Meulder: “Gesù è nato/in tanta povertà/senza pezze né fasce/né fuoco da scaldar/Maria Lo mira/perch’Egli è nato al mondo/e ci vuol tutti salvar”.

Come sottolinea l’artista Elio Stefano Pastore: “L’idea è nata in modo spontaneo: era da alcuni anni che desideravo fare un’opera per l’Indiritto di Coazze, a cui sono profondamente affezionato. Pur essendo la chiesa consacrata a San Giacomo ho sentito l’esigenza di ispirarmi alla maternità. Un giorno ho visto una tavola ricavata da un taglio di ippocastano che richiamava in nuce le forme dei soggetti che avevo in mente e così, una volta realizzata, l’ho proposta in dono”.

Durante la messa, celebrata da don Pierangelo Gramaglia, l’opera è stata benedetta e svelata ai fedeli che sono stati invitati ad accendere un cero da deporre innanzi all’altare ed inoltre ad ognuno è stata donata un’immagine dell’icona dalla Tipografia Commerciale di Giaveno che ne ha curato la stampa. La cerimonia di condivisione è stata accompagnata dal coro guidato dalla melodiosa voce di suor Francesca.
Al termine dell’omelia si è svolta, in onore di San Biagio, la benedizione della gola e sono state distribuite delle caramelle balsamiche offerte dalla fabbrica Leone di Torino il cui titolare, legato alla comunità dell’Indiritto, ha impreziosito l’omaggio con un messaggio di salute per tutti i suoi dipendenti e per i fedeli.

Le cime di questi monti, apparentemente aspre, negli anni hanno saputo mantenere coesa una comunità profondamente umana, che ogni domenica si riunisce in un clima di prospera fraternità mentendo vive le tradizioni di un tempo. Perché, come sosteneva Pirandello, una sorgente inesauribile e creativa scorre tra le rocce: “Là nella vallata dell’Indiritto […] c’era l’acqua incanalata, saggia [..] e l’acqua libera fragosa, spumante”.

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