BUSSOLENO, UN TUFFO NEL PASSATO CON “I QUADERNI VALSUSINI”

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di MARIO RAIMONDO

BUSSOLENO – Succede sempre così a tutti. Cerchi un testo in libreria e per caso te ne capita in mano un altro. Una piacevole sorpresa però il ritrovarsi tra le mani un pezzo di cultura della Valle di Susa. Perché ci fu (però che brutto che è usare il passato remoto) un tempo in cui la Valle – ormai da troppo tempo quasi unicamente cristallizzata sulla questione Si Tav e No Tav –  produceva cultura, idee e riflessioni.

Certo, esistevano ancora ideologie, partiti, visioni anche accese sui fatti delle cronache e della storia, ma tutto questo produceva fermento, nuove idee, forse visioni anche antitetiche delle storie dell’umano mondo che però mai scivolavano nelle banalità “facebookate” di un “mi piace”..altri tempi!!

I “Quaderni Valsusini – rivista di cultura e di varia umanità”, nati dalla collaborazione tra il comune di Bussoleno e la Biblioteca Civica, furono davvero un esempio virtuoso di come la Valle di Susa sapesse raccontarsi ,discutersi, vedersi nel passato e nel presente, immaginarsi nell’avvenire. Estrapolando liberamente dalle presentazioni che Bruno Alpe, allora Assessore alla Cultura del comune di Bussoleno, fece dei quaderni valsusini parole che lasciarono il segno.

Scriveva Bruno Alpe: “I Quaderni Valsusini rappresentano un tentativo di colmare un vuoto esistente in valle a livello culturale. C’è come una cesura: le disponibilità quasi mai superano la cintura di Torino, e gli interessi (le ricerche) restano a livello privato. Eppure la valle non mi sembra il deserto dei tartari. Molti sono gli studiosi e nei più svariati settori. E molti sono coloro che si interessano di cultura ,nella sua accezione più ampia. Si tratta di far uscire le energie culturali della Valle: questa è la nostra presunzione“. E ancora: “Rivisitare il passato significa rompere le cristallizzazioni, significa intenderlo non come immobile e necessario, come acutamente osservava Benjamin. Rompere le cristallizzazioni vuol dire individuare in modo libero le linee di movimento della riflessione possibile; e questa non può essere prerogativa soltanto delle discipline umanistiche, ma anche di quelle scientifiche“. Ed infine: “La cultura non vive, si rinchiude in se stessa e si trasforma in gioco di bottega se non recupera la disponibilità critica ed il ventaglio più ampio delle possibilità. E la criticità non può ripetere le solite litanie del già visto, né dibattere ad oltranza nomina sine re, ma piuttosto deve affermare l’esigenza di una cultura disposta a misurarsi con le novità che attraversano la nostra epoca, senza cadere nelle mode né nelle cristallizzazioni del sapere“.

Queste erano parole scritte in Valle, quando la Valle di Susa sapeva produrre cultura, idee, saperi, quando davvero non c’era il deserto dei tartari che –  quand’anche ci fosse stato – avrebbe trovato di fronte una Fortezza Bastiani piena di gente capace di pensare. A rileggerle oggi quelle parole, ponderandole con calma nel tempo della fretta e delle fake news, prende quasi la nostalgia. Hanno un sapore buono difficile da trovare nei tempi odierni ed erano, quelle parole, semi di un buon senso che sarebbe bello recuperare e rendere germoglio nel deserto contemporaneo.

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