CHIOMONTE E L’EX VESCOVADO: “NON VOGLIAMO UN DORMITORIO TAV O UNA CATTEDRALE NEL DESERTO”

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LETTERA DEL GRUPPO DI OPPOSIZIONE “LA CASA DEL COMUNE” DI CHIOMONTE

CHIOMONTE – Palazzo Beraud: Tra l’illusione del “Green” e la realtà dei fatti.
Cari concittadini, abbiamo letto con un misto di stupore e perplessità l’ultimo annuncio trionfale della maggioranza riguardo al futuro di Palazzo Beraud (conosciuto come “il Vescovado”, edificato nel 1165 dall’ordine religioso-cavalleresco dei Gerosolimitani, per accogliere i pellegrini e i viandanti che transitavano lungo la via Francigena ndR). L’edificio, che si trova nel centro del capoluogo, dietro al Palazzo del Municipio, è stato la residenza estiva del Vescovo di Pinerolo.
Fa certamente piacere notare che l’ingresso di forze fresche in Consiglio abbia finalmente spinto questa amministrazione a guardare verso quegli strumenti statali, come il Conto Termico 3.0, che esistono da anni ma che Chiomonte ha colpevolmente ignorato fino a ieri. È un timido segnale di risveglio che accogliamo con favore, dando atto a chi tra i banchi della maggioranza ha avuto la lungimiranza di proporlo, agendo con quel buonsenso che è mancato per troppo tempo.
Tuttavia, abbiamo il dovere morale di non restare in silenzio di fronte a una narrazione che scambia una “pezza” per un progetto di rilancio. Parlare di “svolta storica” e “rigenerazione urbana” solo perché si partecipa a un bando per cambiare qualche infisso o caldaia significa distorcere la realtà.
Il Conto Termico finanzia l’efficienza energetica, non il restauro strutturale: Palazzo Beraud è un gioiello storico vincolato che versa in uno stato di degrado tale da richiedere interventi da milioni di euro per essere davvero messo in sicurezza. Senza una visione d’insieme che parta dal consolidamento di solai e fondamenta, cambiare le finestre è come mettere un cappotto nuovo a uno scheletro che rischia di crollare.
C’è poi il nodo della Soprintendenza: intervenire su un palazzo di tale pregio non è una questione di semplici “vetri doppi”. Ogni singolo infisso deve rispettare vincoli storici rigorosissimi che fanno lievitare i costi ben oltre i rimborsi previsti dallo Stato.
Chi coprirà questa differenza? E soprattutto, l’amministrazione ha già un progetto approvato o sta solo vendendo fumo su un’idea ancora tutta da verificare?
I cittadini meritano progetti trasparenti, non titoli sensazionali che coprono appena il 5% del problema lasciando il restante 95% nell’ombra dell’incertezza.
Questa mancanza di programmazione, purtroppo, è figlia di una modalità gestionale che i chiomontini subiscono ogni giorno.
Mentre si sogna il “Vescovado Green”, il paese convive da quasi un anno con il cantiere infinito nella piazza principale. Un cantiere che disturba, perdura e crea disagi insostenibili, contribuendo purtroppo a soffocare le nostre attività commerciali, alcune delle quali hanno già alzato bandiera bianca.
Prima di lanciarsi in annunci su hub tecnologici del futuro, sarebbe opportuno che il Comune iniziasse a liberare la piazza dai cantieri infiniti e definisse una destinazione d’uso intelligente e lungimirante per ciò che già esiste.
Non vogliamo che il Vescovado diventi l’ennesimo dormitorio per le maestranze della TAV o una cattedrale nel deserto.
Porteremo queste istanze in Consiglio Comunale, chiedendo che alle parole seguano finalmente i documenti reali, quelli che finora – come già accaduto per la vicenda del cippato – sono rimasti chiusi nei cassetti.
Chiomonte non ha bisogno di “favolette”, ma di una politica onesta che sappia gestire il presente per costruire davvero un futuro.

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