DA GIAVENO IN POLONIA PER AIUTARE I PROFUGHI UCRAINI

Condividi
FacebookTwitterWhatsAppFacebook MessengerEmailLinkedIn

dal COMUNE DI GIAVENO

GIAVENO – Missione umanitaria in Polonia, al confine con l’Ucraina, per alcuni giavenesi. Tra loro, anche il Vicesindaco Stefano Olocco e il Consigliere comunale Francesco Gervasi; li accompagnavano Massimiliano, Luca e Simona: quest’ultima era già stata al confine in un’occasione precedente. Il viaggio, cominciato venerdì 8 aprile all’alba, è stato condotto con un’auto privata e un pullmino Ducato concesso dal Comune di Giaveno: entrambi erano stipati di materiali di prima necessità.

Privati cittadini, commercianti, farmacie, imprese, associazioni del territorio hanno infatti donato generi alimentari e di abbigliamento e materiale igienico sanitario, molto richiesto nelle zone di confine, per i profughi che scappano dalla guerra in Ucraina. Si ringraziano Guido Castagna, la famiglia Morisciano, la farmacia della Sala, l’Associazione Omega onlus. All’andata, i giavenesi hanno accompagnato una signora ucraina che era ospite per circa due settimane da sua figlia e poi nel centro della Croce Rossa a Bussoleno e che aveva manifestato la volontà di tornare nel suo paese per motivazioni personali.

Il viaggio è stato molto lungo, si parla di venti ore all’andata e altrettante al ritorno, per un percorso di circa 4.000 chilometri. “È stato davvero faticoso soprattutto sul piano psicologico ed emotivo, per tutto ciò che abbiamo vissuto e visto” raccontano Olocco e Gervasi. Il gruppo è arrivato venerdì notte a Cracovia, poi è ripartito sabato mattina verso il confine. “Alla stazione di Przemysl, quella nota per l’arrivo dei treni di chi fugge, abbiamo lasciato la signora ucraina che da lì avrebbe proseguito il suo viaggio di ritorno – continuano – e ci siamo diretti al vicino centro di accoglienza, il più grande della Polonia, allestito in un centro commerciale”.

Qui è avvenuto l’incontro con madre e figlia che stavano giusto cercando un passaggio verso Torino: “Ovunque abbiamo visto soltanto donne e bambini, è piuttosto impressionante. Ci dicono che gli uomini rimangono in patria per combattere oppure come supporto all’esercito per controllare i quartieri”.

Racconta Gervasi, che è stato fondamentale nella riuscita della missione perché parla correntemente la lingua russa: “Abbiamo visto tanta gente in arrivo, ma una buona organizzazione dei volontari. Gli ucraini chiedevano informazioni su luoghi e modalità per poter trovare sistemazioni in diversi paesi in Europa. C’è un flusso di persone continuo ogni giorno, ma si riesce a dare delle risposte”.

Aggiunge Olocco: “Ci è stato spiegato che con il passare dei giorni l’organizzazione è migliorata e che vi sono molti più controlli rispetto all’inizio, in specie contro le “auto sospette”, ovvero di malintenzionati. Noi stessi siamo stati oggetto di controlli da parte della polizia, come è giusto che sia. La catena di aiuti è in piena azione, abbiamo visto che per fortuna materiale ce n’è, anche se è chiaro che con il perdurare dell’emergenza occorrerà avere sempre delle scorte”.

Il secondo grande centro di accoglienza visitato è stato quello di Hrebenne; è posto in una scuola elementare dove il gruppo giavenese ha scaricato quanto raccolto a Giaveno: “Si trattava di generi alimentari, medicinali, kit di primo soccorso, ma anche qualcosa per i piccoli: matite, quaderni e simili. Una ditta di logistica e trasporti ci ha chiesto di portare in dono il quadro che si vede in fotografia: vi è dipinto un grande cuore rosso su cui le gocce di pittura hanno i colori della bandiera ucraina”.

In questo centro c’erano circa 75 ospiti. “Parlando con il Direttore abbiamo chiesto se poteva consigliarci un altro centro di accoglienza nelle vicinanze che avesse dei bisogni specifici, e lui ha chiamato il centro di Osir. Così abbiamo scoperto che le cose più richieste sono quelle a cui magari si pensa meno: servivano delle ciabatte. Nel tragitto siamo dunque passati in un centro commerciale e le abbiamo acquistate. Pazzesco vedere come sono state subito distribuite e utilizzate al nostro arrivo. Abbiamo comprato altro materiale igienico e anche dei giochini e dei dolcetti per i bambini, e ci ha colpito la loro felicità nel ricevere un dono così piccolo. Non neghiamo che vedere queste situazioni ci ha commosso molto: una desolazione che vista dal vivo è molto diversa rispetto a vederla in televisione”.

Il centro di Osir è stato realizzato dentro una piscina comunale e conta 150 posti. Era tutto pieno, di donne e bambini. “Proprio quel giorno, il sabato mattina, sono arrivati in molti da Avdiivka, una città vicino a Mariupol, a 1.500 chilometri di distanza. Erano in viaggio da molti giorni, un viaggio a zig zag in mezzo alla guerra”. Lì il gruppo giavenese ha informato, tramite la Direzione, della possibilità di portare persone in Italia. Ha risposto una famiglia composta dalla mamma di 34 anni, e dai tre figli di 17, 8 e 4 anni.

“Avevano con loro anche un cagnolino. “A Hrebenne avevamo un contatto grazie a una volontaria che è lì, quindi sia in quel campo che a Osir eravamo attesi, siamo stati accolti dal personale che ci ha spiegato tutto. Poi il fatto di appartenere a un Comune ha dato loro maggior tranquillità e fiducia – raccontano Gervasi e Olocco – La visita ai tre campi ha significato 650 chilometri di percorso in Polonia”.

Il ritorno ha visto una tappa a Katowice, con tutte le difficoltà di organizzare una notte di sosta per tante persone, e domenica mattina i giavenesi sono ripartiti per l’Italia, dove sono arrivati nella notte tra domenica e lunedì accompagnando quindi madre e figlia incontrate a Przemysl e la famiglia del centro di Osir. Le prime due avevano un contatto con delle suore a Torino presso cui staranno alcuni giorni, per poi andare da parenti. La madre, insegnante di matematica, già il lunedì è riuscita a tenere ai suoi studenti ucraini delle lezioni online.

Per quanto riguarda la famiglia con bambini, invece, ha trovato ospitalità presso la famiglia Bonù di Avigliana, la cui tradizione di accoglienza risale già al nonno che nel 1982 diede asilo a una famiglia vietnamita. “I Bonù ci tenevano a dare un proprio contributo in questa occasione. Il fatto che siano ad Avigliana ci ha permesso di continuare a sostenere la famiglia; il rapporto prosegue in questi giorni e stiamo cercando di aiutare anche nel disbrigo di alcune pratiche. Naturalmente ci siamo affezionati”.

Conclude Olocco: “I profughi immaginano un soggiorno temporaneo; vogliono, come è comprensibile, tornare al più presto nel loro paese. È probabile però che ci vorrà del tempo; per questo stiamo cercando di capire anche come funzionano i contributi economici, ad esempio della Regione. La Fondazione Specchio dei Tempi glielo ha già dato e ringraziamo. Li abbiamo portati a Giaveno per far vedere dove viviamo, accompagnati in piccole incombenze come le cure mediche o iter burocratici. È un’esperienza toccante, la ricorderemo per tutta la nostra vita”.

FacebookTwitterWhatsAppFacebook MessengerEmailLinkedIn
Condividi
© Riproduzione riservata

5 COMMENTI

  1. Aiutare qualche italiano indigente, e ce ne sono ormai moltissimi, senza farsi il viaggetto extra ed un servizio fotografico da starlette de noartri, sarebbe stato troppo ”choosy”?

  2. Aiutare qualche italiano indigente, e ce ne sono ormai moltissimi, senza farsi il viaggetto extra ed un servizio fotografico da starlette de noartri, sarebbe stato troppo ”choosy”?

Che cosa ne pensi? Scrivici la tua opinione

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.