LA FELICITÀ AL PRIMO POSTO (E NON IL MERCATO): UN ALTRO MODELLO DI SOCIETÀ È POSSIBILE?

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Nicole Castelli

di NICOLE CASTELLI

In un saggio intitolato “Che cos’è l’Illuminismo”, pubblicato nel 1784, Immanuel Kant sosteneva che per uscire dallo stato di minorità, inteso come condizione in cui l’essere umano non è in grado, per pigrizia o perché alcune forze “tutelari” glielo impediscono, di fare uso della propria ragione (pensare con la propria testa), non occorresse altro “che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi.”

Se all’essere umano può essere negata la libertà fisica, più difficile è privarlo della libertà di pensare, così come più deleterio, essendo egli privato in questo modo della stessa sostanza umana, dell’Io Interiore che lo caratterizza e gli dà dignità.

Sosteneva inoltre il filosofo che una rivoluzione, nonostante potesse scardinare un governo oppressore della libertà fisica, non ponesse soluzioni reali nell’incentivare la libertà di coscienza, perché non può fare altro che sostituire nuovi pregiudizi a quelli di più lunga data. Ciò che è fondamentale è concedere alle persone la libertà di pensare e di esprimere pubblicamente il proprio pensiero.

Oggi, nella nostra realtà democratica e liberale, questa libertà è concessa seppur gli ostacoli ad essa siano particolarmente insidiosi. “Il padrone non dice più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da questo giorno tu sei uno straniero tra noi. […] Resterai fra gli uomini, ma perderai i diritti all’umanità.” (Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, 1840).

Tentando un esercizio di pubblico pensiero, desidero pubblicare un articolo che non vuole condannare lo stato delle cose vigente, bensì proporre un’alternativa, a partire da alcuni presupposti che potrebbero avere il potenziale di scardinare la regolamentazione tipica delle azioni attuali, in particolare quelle che hanno estensione globale.

Il mio auspicio è l’orientamento verso una società che tenda sempre più a dissociarsi dalle logiche di mercato, sostituendole con la costruzione di un capitale simbolico comprensivo di valori che siano altro dalla massimizzazione razionale dell’utile, come la presa in carico delle future generazioni, della cura dell’ambiente, e anche più in generale del valore della vita umana.

Il mio obiettivo è quello di dar loro fondamento, giustificandoli e fornendo buone ragioni per preferirli rispetto, ad esempio, ai valori della felicità e del benessere umani quali fine dell’azione.

Per farlo, in primo luogo, ritengo sia necessario stabilire un criterio in base al quale normare le azioni in questo senso. L’ordine di questioni che si rivolge a questo fine è quello dell’etica, che si occupa, tipicamente, di regolamentare le nostre azioni dal momento in cui esse hanno un certo potere sulle altre persone. Le sue massime e i suoi principi si traducono in norme del nostro agire. Spesso ci s’impongono senza che noi ne siamo pienamente coscienti; possediamo una sorta di guida mentale che ci illustra ciò cui diamo valore e ciò che invece non consideriamo in tale equazione.

Tale guida può in linea di principio essere costruita in maniera arbitraria, ma non possiamo considerare di pari legittimità ogni valore indipendentemente dal suo contenuto e dalle azioni che impone. In questo articolo, primo di una serie, mi occupo di dimostrare, in parte, questo assunto.

IL PROBLEMA DEL NICHILISMO

Il concetto di nichilismo concerne il relativismo dei valori: l’essere umano è libero, nel momento in cui non è vincolato dalla fede, a stabilire da sé, attraverso la ragione, i valori che giustificano le proprie azioni.

Questo fatto risulta problematico quando la sua azione ha un certo grado di influenza sugli altri, perché i suoi valori potrebbero non essere compatibili con quelli altrui, e così la sua azione potrebbe non essere considerata legittima da questo punto di vista. Per quanto riguarda l’agire interpersonale, l’etica tradizionale dei principi ci viene in soccorso per stabilire un criterio razionale d’azione: dal momento in cui abbiamo un certo potere sugli altri e gli altri hanno il medesimo potere su di noi, consideriamo come valori ciò il cui contrario ci impressiona (non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te). In questo caso il calcolo morale risulta piuttosto semplice e immediato, e spesso va a segno.

Ma su cosa abbiamo potere, quanto esso si estende? Dobbiamo pensare a questa grandezza sia in termini di spazio che di tempo. La nostra azione, infatti, può avere effetti a lungo termine e comprendere una vasta area di territorio e/o un gran numero di persone. Essa dunque va regolata in vista di tali effetti. Per azioni di estensione globale lo scenario estremo da considerare è quello in cui un soggetto ha il potere totale sull’umanità, quindi quello, seppur spesso non ne sia cosciente, di annichilirla.

Ciò risulta possibile nel momento in cui possiede tecnologie in grado di farlo, spesso non direttamente e non necessariamente (sul piano deduttivo): possiamo riferirci a una possibilità o a una probabilità che ciò avvenga in futuro, entro un tempo magari molto lungo, ma non ne abbiamo certezza perché è impossibile considerare tutte le variabili che verranno coinvolte.

Questo genere di azione ha un potere incommensurabile all’agire interpersonale, può modificare la natura, e questa, modificandosi, può modificare nello specifico la natura umana, fino a negarla completamente. In questo modo, la natura viene a far parte della sfera di potere del soggetto dell’azione considerata. L’etica interpersonale, poiché non considera questo genere di azioni irreversibili (nel senso che non possediamo al momento gli strumenti per renderle reversibili e quindi innocue per la natura), non è sufficiente.

La permanenza dell’esistenza dell’umanità non risulta più indiscutibile, come lo era invece quando le azioni dell’uomo sulla natura non avevano alcun potere reale su di essa. Ci si presenta come dovere morale quello di mantenere le condizioni di possibilità di tale esistenza. Ma questa necessità va dimostrata: non abbiamo sviscerato ancora sufficienti ragioni per preferire l’esistenza di un futuro per l’umanità al benessere e alla felicità degli esseri umani attualmente in vita. Non abbiamo neanche la certezza che in futuro le previsioni nefaste si realizzeranno.

Considerato che gli effetti delle azioni irreversibili siano sconosciuti, in quanto si riveleranno nel futuro, possiamo basarci sui dati relativi a nostra disposizione grazie al sapere scientifico: i dati registrati su un certo arco di tempo ci permettono di trarre stime per l’avvenire.

Percepiamo come pericolo ciò che ci impressiona (ciò che è opposto ai nostri valori), pertanto l’essere umano ritiene sia necessario evitare ciò che percepisce come male. Se nell’azione che ci apprestiamo a compiere non riusciamo a vedere il male, perché lontano e ipotetico, dobbiamo cercarlo: ciò che ci risulta essere male si mostra più chiaramente di ciò che percepiamo come bene, poiché questo si rivela più spesso paragonato all’esperienza del suo contrario, non come assoluto.

Sebbene l’ipotesi del futuro di distruzione sia sufficiente a porre principi morali che ne tengano conto, risulta essere più improbabile che tali principi si attuino nella sfera pubblica: qui infatti si tende a prediligere l’azione più sicura nelle sue conseguenze (navigare a vista), poiché si ha la percezione che in futuro ci sarà sempre tempo e ci saranno sufficienti mezzi per rimediare agli effetti irreversibili messi in atto nei confronti della natura.

Tuttavia, non se ne ha alcuna certezza, e una tale scommessa risulta pericolosa: sono possibilità che non possiamo prevedere, poiché i mezzi che avremo a disposizione in futuro sono una totale incognita. Non così le previsioni di un possibile futuro a breve scadenza, poiché abbiamo dati reali a disposizione che, come abbiamo detto, ci permettono di fare delle stime quantomeno probabili o possibili.

La previsione di sventura è sufficientemente fondata da risultare decisiva? Dal momento che il futuro ha a che fare con azioni dal potenziale apocalittico, bisogna attribuire alla previsione di sventura un peso maggiore rispetto alla previsione di salvezza. L’individuo può mettere in gioco soltanto ciò che gli appartiene, ed appartiene a lui solo: allora la perdita di ciò che ha scommesso non ha ricadute etiche perché non coinvolge nessun altro. Qualora non ci siano tali condizioni vi è necessariamente una parte di colpa, che può essere accettabile entro certi limiti. Di base, vanno condannati la sconsideratezza nel mettere in gioco ciò che è altrui e la leggerezza con cui lo si fa (mettere a rischio qualcosa di rilevante per fini futili).

Il tetto massimo da non superare potrebbe essere la messa in gioco della totalità degli interessi altrui, ma questo dipende da ciò che viene messo a rischio se si evita di farlo: potrebbe essere necessario mettere in gioco tale totalità di interessi per salvaguardare da un male supremo, ma soltanto se questo male ha conseguenze più disastrose della perdita della totalità degli interessi umani, come l’annichilimento.

Per scongiurare il pericolo del relativismo dei valori, è necessario comprendere le radici della responsabilità, che si esemplificano in un evento particolare della vita umana: quello della cura dei figli, dai quali non ci si aspetta nulla in cambio, ma per i quali la dedizione è incondizionata. Tale esempio si pone come archetipo dei sentimenti altruistici, di non-reciprocità. Ci sentiamo in dovere di mantenere in vita il frutto della nostra creazione, e questo perché riteniamo doveroso dare continuità alla vita futura. Il primo imperativo ci si impone in maniera naturale ed è quello che ci sia un’umanità. Non si tratta di un imperativo logico, bensì fondato su un fatto che si manifesta in natura (metafisico)

Non si può tuttavia dare per scontato che dal momento che l’essere umano esiste, debba esistere, e quindi ci sia l’obbligo da parte di tutti di mantenere in vita l’umanità. In linea di principio, l’inesistenza non può essere preferibile perché con il nulla non è possibile alcun confronto, ma allo stesso tempo il nulla risulta essere per definizione privo di imperfezioni. Non potendo contare sulla fede, non possiamo giustificare la preferenza dell’essere attraverso Dio, così come non possiamo prendere in considerazioni le cause dell’esistenza, che non conosciamo. Sul piano del valore, che abbiamo definito come valutazione il cui contrario ci impressiona, dal momento in cui viene attribuito ad un oggetto rivendica su di esso la priorità dell’essere piuttosto che del non-essere.

Data la capacità di attribuire un tale valore agli oggetti, ed essendo esso attribuibile soltanto all’essere degli stessi, risulta preferibile l’esistenza di essi alla loro inesistenza. Tuttavia, l’attribuzione di valore agli oggetti segue spesso da valutazioni soggettive, e nulla vieta che alcuni soggetti possano (e in effetti accade) considerare la nullificazione dell’umanità come una liberazione, un sollievo, dunque attribuirvi valore e agire in conformità con esso.

Un altro concetto alla base dei fondamenti dell’etica è il concetto di fine, che è definito come ciò per cui una cosa esiste, o il motivo per cui un’azione viene svolta. Se il fine è conseguito, attribuiamo valore positivo all’oggetto o all’azione intrapresa. Il fine, come il valore, è stabilito dall’essere umano: non possiamo dire ad esempio che un manufatto ha un suo scopo indipendentemente dall’uomo, perché lo scopo è dell’uomo non del manufatto che serve al fine.

Può una certa finalità essere attribuita anche alla natura? Si può notare che creando la vita, la natura manifesta lo scopo determinato della vita stessa, così come si nota che la natura tende all’essere in tutte le sue manifestazioni, attraverso la continuità della vita, anche se l’inizio di essa in generale può essere stato casuale.

Sulla base di queste riflessioni, nei prossimi articoli mi occuperò di procedere oltre, chiarendo se siano possibili valori oggettivi in grado di fondare un’etica che sia adatta a regolamentare le azioni che superano in estensione e durata le azioni interpersonali.

FONTE: “Il principio responsabilità: un’etica per la società tecnologica”, 1979

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13 COMMENTI

  1. Infatti chi protesta per certi diritti si ritrova in minoranza. Chi conosce e pretende questi diritti non li può ottenere perché non in numero sufficiente e mediaticamente debole. Perché la gentaglia si nutre solo di informazione superficiale.

  2. Il suo auspicio e’ una societa’ che si dissocia dalle logiche di mercato.E’ sfortunata se non ha mai incontrato chi lo fa da tempo.Ci sono gia’ popoli che lo fanno , strano non li abbia nemmeno studiati.Complimenti??? Non saprei, ha detto ‘ non potendo contare sulla FEDE(Dio)’….appunto non sarebbe esistita senza Dio e non avrebbe potuto fare l’ articolo . Sebbene la ragazza non sia in grado di mettersi una lancia appuntita appoggiata al collo e spingere un pulmino carico senza tagliarsi la carne, non significa che lei abbia capito tutto della vita. Servono una grande volonta’ e grandi capacita’ nel credere senza poter vedere. Lei cerca di spiegare tutto attraverso la ragione e poiche’ non vi riesce sostiene cio’ che sostiene . E questo lavoro lo fanno miliardi di persone, non solo lei. Per fortuna ( mi pare) non abbia citato Platone , se non mi sarei piegata dalle risate….Platone grande filosofo del suo tempo interessato a conoscere un ragazzo super dotato in tutto e la dotazione a cui era particolarmente interessato stava sotto la veste!Certo che la sessualita’ era diversa a quel tempo ma un filosofo cosi’ mai l’ avrei immaginato. (Dia retta a mette non tutto e’ spiegabile, la Fede e’ fondamentale e serve sempre).E’ insensato preoccuparsi di cose a cui non sappiamo dare spiegazioni tangibili se non si e’ in grado di darle a quelle tangibili. La fede e l’ etica non vanno sempre di pari passo…l’ etica serve per evitare subbuglio, ma la fede e’ fonte della vita di ognuno di noi.Sia fede in Dio o in altri aspetti. Un astronauta ha Fede di trovare qualcosa di magnifico nello spazio, qualcosa che possa confermare dubbi e ipotesi….il medico ora col Covid19 ha Fede di trovare un vaccino o un farmaco, un genitore ha fede nel riuscire col tempo a far crescere in buona saluta e con una buona educazione la prole….ecc.,ecc.La FEDE e’ presente ovunque e in varie forme , quindi si puo’ e si deve far fede, altrimenti l’ essere umano non avra’ mai stimoli e la sua esistenza non potra’ mai essere compresa.

  3. QUINDI in tutto cio’ che ho scritto spero che sia chiaro che l’ essere umano e la FEDE vanno di pari passo.Senza la FEDE l’ essere umano non ci sarebbe.

    • L’unica cosa chiara di Elisabetta quando scrive è che è un’analfabeta che non si rende conto di esserlo e si crede un genio.

      • Le chiedo scusa a lei e agli altri gentili con me, mi permetta allora di indicarle le frasi di persone più brave e conosciute di me in modo tale che lei possa capire meglio.Da Willuam Sgakespear ; il saggio sa di essere stupido, e’ lo stupido che crede di essere saggio.DA LEWIS CARROLL ; sei matta , svitata , hai perso la testa …ma ti diro’ un segreto: tutti i migliori erano matti( qlli che non erano matti erano i peggiori) .Tratto dal film Forrest Gump lo stupido( analfabeta, matto, ignorante ecc.) lo chi chi lo fa. Poi; Quando muori non sai di essere morto , non soffri tu , ma tutti gli altri .Succede lo stesso quando sei stupido( analfabeta, matto, ignorante che complimenti vari che date) .Segue : Nessuno e’ migliore di qualcun altro, ognuno a modo suo e’ speciale.LA PAROLA STUPIDO compare perche’ inserita nelle loro frasi , ma puo’ essere sostituita.I prof.di psicologia infatti mi dicevano che chi dice matto ecc, lo dice perche’ fa la sua autobiografia. Vale per tutto il resto. CORDIALMENTE RINGRAZIO tutti coloro che hanno apprezzato la mia persona pur facendo di cio’ che dico la loro autobiografia.Vi auguro una stupenda settimana:)

          • Forest Gump è anche un personaggio di fantasia. Sai cosa vuol dire? Invece tu sei reale, in tutta la tua splendida ignoranza sesquipedale. Te l’hanno assegnata la maestra di sostegno?

      • DA FEDOR DOSTOEVSKIJ: ci sono uomini/ donne che non hanno mai ucciso eppure sono mille volte + cattive di chi ha assassinato 6 persone. Non so che dirle, loro la pensano cosi’ e non penso fossero come lei ha espresso analfabeti, matto o con gravidanze isteriche come altri scrivono sulla valsusaoggi, forse dovreste perdere più tempo a analizzare voi stessi piuttosto che analizzare me, perche’ mi sembra che molte persone la pensano diversamente su chi mi maltratta in questo quotidiano online.

    • Da GIOVANNI BATTISTA QUINTO; in passato l’ analfabetismo era contrastato dal rigoroso rispetto delle regole e da infinita’ umilta’ di cuore.Oggi e’ oscurata dai sempre più numerosi titoli accademici dietro i quali si nasconde tanta presunzione seguita a ruota da una sconfortante e poco virtuosa capacita’ interiore.

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