L’EMOZIONE NON HA VOCE…O FORSE SÌ? LA DOTTORESSA RISPONDE

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di PATRIZIA PELUSO

La voce umana è uno dei principali vettori della comunicazione sociale e affettiva. Con il tono che usiamo possiamo trasmettere inconsapevolmente gioia, rabbia, tristezza e mille altre sfumature emotive e chi ascolta le nostre parole è perfettamente in grado di cogliere anche sottili differenze.

Quando interagiamo con gli altri, infatti, ci affidiamo a diversi canali di comunicazione, comprese le espressioni non verbali del viso, della voce e del corpo. È stato dimostrato che i segnali vocali sono indicativi non solo di caratteristiche relativamente durature come età e sesso, ma anche di un’ampia gamma di stati transitori, che noi siamo molto bravi a cogliere e ad interpretare.

Fin dalle prime fasi dello sviluppo, per esempio, i bambini riconoscono le espressioni vocali giocose e affettuose delle loro madri. Analizziamo questo fenomeno. Tutte le mamme utilizzano spontaneamente con i loro neonati un modo di parlare preciso, istintivo, dolce e carico di affetto: esiste un termine preciso per definire questo linguaggio che è “motherese”, “infant-directed speech” o ancora “baby talk”. Si tratta di un modo di esprimersi a volte poco comprensibile, cantilenante, musicale, ricco di ripetizioni e di gesti accentuati, di toni acuti, a ritmo lento. Caratteristiche primarie di questo linguaggio sono l’assoluta semplicità dei contenuti e la componente affettiva. E’ provato che i bambini distinguono il baby talk e ne vengono stimolati. Questo modo di esprimersi tipico degli adulti accudenti provoca nei neonati l’attivazione di precise aree cerebrali che hanno la funzione di controllare le emozioni.

La stimolazione che ne consegue è di fondamentale importanza: i bambini acquisiscono il linguaggio proprio grazie all’interazione con l’ambiente, all’input che ricevono dal mondo che li circonda e che attiva i loro processi cognitivi. In questa interazione con l’ambiente, evidentemente, il ruolo della mamma e del papà è fondamentale.

Numerosi studi sono stati sviluppati per indagare il linguaggio genitore-neonato: uno in particolare risale al 1999 ed è quello di Marilee Monnot, che prova l’esistenza di una correlazione positiva fra lo sviluppo del neonato e l’infant-directed speech. Si può parlare in questo caso di vero e proprio “affetto vocale”, che rimane un canale primario di espressione delle emozioni durante lo sviluppo e per tutta la nostra vita, forse ora più che mai, data la percentuale della nostra interazione sociale tramite telefono.

Numerosi studi hanno indagato la capacità di comunicare emozioni con la voce e di reagire alle emozioni espresse tramite la voce e ne sono emersi risultati complessi ed estremamente affascinanti. Un risultato molto interessante è che esiste un’ampia rete cerebrale che elabora le espressioni vocali felici o infelici, segnali particolarmente importanti per noi, meccanismo alla base della nostra capacità di percepire e comprendere le cosiddette “coorti sociali”, ovvero le persone con cui ci relazioniamo. Inoltre, esistono delle famiglie di emozioni che vengono espresse in modo affine.

Ad esempio, il nostro tono è più alto per le emozioni epistemologiche (divertimento, interesse e sollievo), moderato quando assaporiamo il momento (appagamento, eccitazione e piacere) e più basso per un’emozione prosociale (ammirazione). Un terzo grande risultato dello studio dei parametri della voce è che tramite il tono di voce è possibile in moltissimi casi distinguere una persona depressa. I pazienti con depressione mostrano voci instabili, con frequenze più basse, inseriscono numerose pause, usano sempre lo stesso tono, le risposte sono brevi.

Nella vita di una persona con depressione tutto viene infestato da questa condizione così invasiva: anche la voce. Altre condizioni di malessere come ansia e stress possono interferire con il normale controllo della voce. Ne nascono quindi le disfonie di natura psicogena. Alla base di queste problematiche non c’è evidentemente un meccanismo volontario: a causa dell’ansia si sviluppano tensioni muscolo-scheletriche che si riversano su tutto l’organismo, compresa la muscolatura che ci permette di produrre la voce. Se notiamo in noi stessi o in un nostro conoscente un’alterazione vocale quindi, oltre a sospettare una patologia organica dobbiamo chiederci se alla base del cambiamento della voce sia collegata una variazione del tono dell’umore.

Il ruolo del medico sarà in questo caso verificare che non ci siano problematiche di natura anatomopatologica alla base del cambiamento della voce, escludere altre cause diagnostiche ed infine inviare il paziente a un percorso di riabilitazione e di supporto psicologico volti ad affrontare la problematica primaria e al recupero di una fonazione corretta. Ecco svelata un’altra affascinante caratteristica della vita di relazione. Arrivederci al prossimo articolo.

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