LETTERA / FRANA DI BUSSOLENO, LA ZONA ROSSA E LA DEMOLIZIONE DELLE CASE

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di DIEGO TOMASSONE 

BUSSOLENO – In attesa del consiglio comunale straordinario dove si parlerà di eventuali modifiche al progetto di messa in sicurezza post colate detritica del Reforno, la zona stessa da qualche settimana è stata ulteriormente recintata e inibita anche ai residenti, chi dovesse anche solo transitare nel cantiere, ora definito “zona rossa” dopo l’allagamento avvenuto ad inizio agosto, deve chiedere autorizzazione alla Polizia Municipale di Bussoleno.

Nonostante un ingegnere idraulico di fama e che ha lavorato parecchio in Valle, si sia espresso ed abbia consegnato all’amministrazione comunale una relazione dove propone soluzioni alternative e meno invasive alle opere iniziate, pare che nessuno voglia ascoltare altri pareri anche autorevoli.

Sintomatica la risposta data al sottoscritto martedì 7 agosto (data in cui mi fu inibito l’accesso all’abitazione dei nonni perché inserita nella zona rossa) da uno degli ingegneri progettisti, che alla mia domanda precisa se secondo lui fosse davvero necessario il secondo invaso più a valle, domanda alla quale mi sarei aspettato una risposta tecnica altrettanto precisa, mi rispose semplicemente: “Il progetto è stato approvato dalla Regione Piemonte”.

Noi come abitanti della zona continuiamo a non essere d’accordo a questa presa di posizione dell’amministrazione comunale, perché quando esistono soluzioni alternative meno impattanti sul territorio (che ricordo era totalmente adibito a coltivazioni, vigneti e frutteti in primis che ora non esistono più) e magari meno costose (due giornate di lavoro del camion della ditta specializzata per ripulire i tubi pieni di fango non penso siano costati poco), penso sia doveroso prenderle almeno in considerazione, siccome si sta parlando di soldi pubblici.

D’accordissimo che in primis ci debba essere la sicurezza, come d’accordissimo sul fatto che il parere vada agli esperti del settore, però quando dei “semplici” operai, usando “solo” il buonsenso e l’esperienza lavorativa decennale avrebbero fatto meglio senza progetto, magari un pochino di auto critica è necessaria, perché ci deve sempre essere unione tra buonsenso e tecnica, altrimenti se manca uno dei due è molto probabile un fallimento.

Trincerarsi sempre dietro alla “somma urgenza” poi è ormai fuori luogo, perché per interrare i cavi Enel pare questa somma urgenza non sia esistita, dal momento che gli operai Enel sono solo venuti la settimana di Ferragosto, facendo rallentare di molto la costruzione del primo invaso più a monte sotto la cascata, ancora incompleto nonostante la fine lavori fosse stimata per il 31 luglio.

La somma urgenza c’era semmai nel mesetto intercorso tra le prime avvisaglie di colata e l’ultima colata che ha devastato la zona, non certo adesso che il conoide si è “svuotato” e per ricaricarsi di materiale ci vorranno almeno altri 50 anni, decenni in cui potrà semmai ancora venire giù della semplice acqua (quindi un lavoro utile nel breve tempo sarebbe intubare e dare una via di sfogo controllata a questa acqua che finisce sempre puntualmente nel sottopasso ferroviario a fine di via San Lorenzo).

Rimane sempre in sospeso la questione della demolizione di case non toccate dalla colata, decisione assurda perché con la stessa filosofia e stressando al massimo il paragone, ed a maggior ragione vista la diversità di portata dei due rii, andrebbero demoliti anche il municipio, la chiesa e il castello di Chianocco, situati in zone a rischio idrogeologico molto alto (come tante altre case in altri comuni limitrofi).

Quindi basta solo ragionare un pochino per capire che la situazione andava e va gestita diversamente (sicuramente non mettere tubi raso terra che si ostruiscono subito, oppure fare piste di accesso troppo ripide dove rimangono i camion bloccati), soprattutto non si calpestano i diritti e la vita delle persone (ricordo che al Reforno abita una persona anziana ancora traumatizzata avendo assistito alla colata detritica del 7 giugno, che per uscire di casa deve transitare attraverso due cancelli, e deve sperare di non stare male perché i soccorsi avrebbero il loro bel da fare per raggiungere la casa), per una ipotetica “somma urgenza” dopo che l’urgenza vera è cessata.

Sarebbe opportuno adesso andare a guardare e monitorare gli altri conoidi della zona che non si sono scaricati, e predisporre anche gli interventi, soprattutto nelle zone colpite da incendio, e mettere in sicurezza le zone sprovviste di adeguati sistemi antincendio, perché ricordo che l’urgenza più imprevedibile rimane proprio quella dell’incendio.

Rimango fiducioso che il prossimo consiglio comunale possa essere un momento di incontro (e non di scontro), dove si possa dialogare e come cittadini essere ascoltati finalmente in maniera concreta.

In ultimo ringrazio tutte le decine di persone che da tutta Italia hanno dimostrato solidarietà nei confronti miei e della mia famiglia per l’abbattimento della casa. Dal posto dove sono ora, nonno Carlo e nonna Anna Maria sono sicuro che abbiano apprezzato tanto affetto e vicinanza, non solo per la casa ma soprattutto come rispetto verso il loro lavoro di una vita.

 

 

 

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