LETTERA / L’ATROCITÀ DELLA GUERRA: A KIEV COME A BELGRADO

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di GIANFRANCO FERRAUDO

AVIGLIANA – Le popolazioni non dichiarano mai le guerre, ma ne subiscono sempre le terribili conseguenze. Sia la popolazione di Kiev che quella di Belgrado sono fatte di gente che si alza per andare a lavorare, che porta i bambini a scuola, che lotta per le cambiali.  Dovrebbero essere “trattate” allo stesso modo. Benissimo la solidarietà verso la popolazione ucraina, benissimo dedicare tutti i telegiornali da giorni per mostrarcene le sofferenze.  

Malissimo l’indifferenza verso i Serbi, quando per 78 giorni furono incessantemente bombardati. Belgrado è molto vicina e gli aerei partivano da Aviano. Per inciso: perché allora Belgrado e adesso non Mosca? Forti coi deboli… 

Mai mostrati in TV bambini serbi piangere. Mai visto un profugo Serbo. Mai viste famiglie serbe nelle metropolitane. Mai sentito di “corridoi umanitari” per i Serbi. Nessuna “marcia”. Non entriamo nel merito delle secolari atrocità reciproche tra Serbi e Mussulmani. La popolazione soffriva per quei bombardamenti e nessuno se n’è curato. Qui non c’è censura; i nostri informatori, decidono loro a quali fatti dare risonanza e quali nascondere? Pericolosissima autocensura?  

Dopo la fine dell’URSS ed anche allo smembramento della Jugoslavia con la scomparsa di Tito, si sono determinati forti conflitti interetnici sfociati spesso in azioni violente e guerre con la costante rappresentazione negativa di Serbi e Russi. Si è creata così l’immagine di popoli carnefici e popoli martiri, che hanno sempre tutte le ragioni. Siamo certi che portare la NATO e missili a pochi Km da Mosca fosse proprio opportuno? E le minoranze Russe, come erano trattate? Sicuramente è mancata una leadership mondiale che affrontasse le questioni ed evitasse dannose e pericolose guerre.  Un processo di criminalizzazione dei Russi è in atto. Si vieta ad esponenti della cultura russa di operare in Italia e ad atleti di gareggiare. Si vincolano beni di cittadini Russi. Così si generano astio ed ostilità verso un popolo, non solo verso le scelte dei loro governanti e si allontana l’auspicabile distensione tra Europa e Russia con conseguente integrazione delle loro economie. Una formidabile opportunità per noi e loro, che qualcuno teme. 

Qualche decennio fa le “masse” italiane, vittime acritiche di una mendace propaganda che ha consentito solo a pochi di smarcarsi dal gregge, si riversavano per le piazze al grido ”non burro ma cannoni”. Alleati di Hitler, fummo così complici di una sanguinosa invasione della Russia che causò a quel popolo milioni di morti e la distruzione di tutto. La civilissima Europa ci aveva già provato con Napoleone.  

Nessuno ha fomentato odio nei nostri confronti. I Russi, dopo avercele suonate sul campo di battaglia, accoglievano i nostri poveri soldati sbandati che un delirio collettivo e massificato aveva spedito a morire nella steppa. Nel dopoguerra nessuna ostilità verso di noi. I Russi hanno continuato ad amare il nostro Paese e la nostra cultura. Forse abbiamo, con umiltà, qualcosa da imparare anche noi, autoeletti esportatori di democrazia? E non appare più che opportuno rifarsi al Manzoni “la ragione e il torto non si divido mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro”?

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