OTTO GIOVANI VALSUSINI IN SENEGAL PER AIUTARE I BIMBI DI STRADA

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di NORMA RAIMONDO

CHIUSA SAN MICHELE – Domenica 27 maggio alle 17.30, presso il salone della scuola materna di via Ex Combattenti 10 bis, è in programma un apericena di solidarietà con alcuni dei volontari di “Pour une enfance”, protagonisti di una recente missione in Africa. Dal 12 al 26 aprile, infatti, 8 ragazzi valsusini si sono recati a Mbour, in Senegal, per prestare gratuitamente servizio all interno di due realtà locali: un centro per bimbi di strada ed un orfanotrofio.

“Io, Federica, Silvia ed Alessandra – racconta Beatrice Blandino di Chiusa, studentessa universitaria in scienze internazionali dello sviluppo e della cooperazione – eravamo già state lì lo scorso anno a marzo e quest’anno abbiamo.voluto ripetere l’esperienza ampliando il gruppo in partenza”. Con 46 kg di bagaglio a testa fra materiale scolastico, abiti e medicinali raccolti grazie al buon cuore dei valsusini, i ragazzi, che hanno un’età compresa tra i 16 anni di Romina, la più giovane ed i 25 della più grande, Alessandra, sono partiti con entusiasmo per la nuova esperienza. Vivono tutti tra Chiusa, Condove e Villar Focchiardo: Alessandra e Silvia sono studentesse universitarie di medicina, Caterina di scienze dell’edificazione, Federica frequenta infermieristica, Pietro è già laureato in fisica, Dario lavora in una libreria, Romina sta per concludere la seconda liceo.

Studi differenti, ma un’unica passione ad animarli: rendersi utili al prossimo, in questo caso, in particolare, ai bambini. “Abbiamo racchiuso i nostri effetti personali nel solo bagaglio a mano, quello che e’ stato messo nella stiva era tutto per loro” racconta Beatrice. Il servizio quotidiano e’ stato suddiviso tra il centro per bimbi di strada, che ospita fanciulli dai 6 ai 13 anni e l’orfanotrofio che accoglie piccoli da 0 a 3 anni. “A distanza di un anno, noi quattro che eravamo già state a Mbour non abbiamo riconosciuto alcuni dei nostri assistiti. Erano cresciuti, cambiati, ma loro ci hanno subito identificate”.

Alcuni dei volontari si conoscevano già anche in virtù del loro impegno parrocchiale, altri hanno familiarizzato dopo, ma per tutti certamente l’esperienza e’ stata positiva.

“Il Senegal è una terra ospitale, tranquilla. Possiedono poco, ma lo condividono con tutti. Hanno fede prevalentemente musulmana, ma vi sono anche cristiani e, seppur professino differenti religioni, convivono pacificamente senza problemi”. I bambini che sono nel centro sono stati abbandonati dai genitori ed affidati ai Marabù, che sono i maestri del Corano. “Molti li sfruttano e li mandano a mendicare, ma nel centro, che è ad accesso libero in orario diurno, possono essere davvero bambini: giocare, avere cure gratuite, seguire lezioni scolastiche, fare una doccia ed avere un cambio di abiti pulito una volta a settimana. È un modo per offrirgli un’opportunità diversa  dallo stare per strada”.

La cosa più importante è la colazione: per molti è l’unico pasto garantito della giornata. “Vengono a consumarla e poi non li vediamo più fino al giorno dopo”.

In Senegal, ex colonia francese, la lingua ufficiale è proprio quella della terra colonizzatrice, oltre al dialetto senegalese, che si chiama Wolof. I bambini sono definiti Talibè, che significa “ragazzo che studia il Corano”, ma non tutti lo fanno”. Il ricambio di volontari è continuo, ma gli italiani sono pochi, principalmente c’è personale di etnia francese. “C’è una maestra che insegna alfabetizzazione che è una donna francese che dopo la pensione ha deciso di trasferirsi lì’. Domenica i ragazzi cercheranno  di spiegare la realtà senegalese dalla viva voce di chi l’ha toccata con mano, ma l’aperitivo è anche finalizzato alla raccolta fondi per il prossimo viaggio. “E’ importante spiegare quanto abbamo vissuto andando nelle scuole, nelle classi, tra la gente, perche’ gli spot televisivi non rendono bene l’idea. Quando vai in Senegal a fare volontariato non pensi ad un tornaconto economico (che infatti non c’è perchè i ragazzi hanno finanziato la trasferta interamente con fondi personali), bensì all’aricchimento che questa esperienza ti lascia a livello umano ed emotivo. Quei bambini sono incredibili, non piangono mai, nemmeno quando rimuovi le croste e disinfetti le loro ferite”.

Gli otto valsusini sono ormai tornati a casa, ma il loro leit motiv è rimasto quel “leghi leghi” che in Wolof significa “ci vediamo presto”. Magari con un gruppo di volontari ancora più grande, quasi quanto il pezzo di cuore che hanno lasciato laggiù. Perché il mal d’Africa esiste davvero, forse in questo caso ancor più di quando la si raggiunge per trascorrervi una vacanza.

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