STORIE DI VALSUSA / ALMESE, LA VENDEMMIA E LA RINASCITA DEL BARATUCIAT

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Giuliano Bosio

di MARTINA BONAUDO

ALMESE – La vitivinicoltura in Val di Susa affonda le sue radici nella storia. Ciò è dovuto, in particolare, alla predisposizione del territorio, sia dal punto di vista pedologico sia da quello climatico, nei confronti della specie Vitis presente spontaneamente nella sua forma selvatica.

Nonostante il suo travagliato passato, la vitivinicoltura ha cominciato a diffondersi a partire dall’epoca romana ed è fiorita totalmente nell’Ottocento, trasformandosi in una vera e propria attività economica redditizia; la bolla, però, è scoppiata negli anni Ottanta del 1900, quando il flagello della filossera e quello del metanolo hanno indotto all’abbandono della cultura vinicola molte zone, sia per ragioni economiche, sia per ragioni sociali. 

Nonostante la dismissione di molte colture, però, una di quelle che è rimasta attiva ed è stata incentivata molto in questi ultimi anni dalla Regione Piemonte, dall’Università degli studi di Torino, dai vignaioli piemontesi e da tanti altri enti, è quella del “Baratuciàt” (in piemontese ‘Berla d’chat’). Da questa uva si ricava un ottimo vino bianco, caratterizzato da profumi intensi, proponibili sia come fermi che come spumanti. 

La riesumazione di questo tipo di vite si deve a Giorgio Falca, il quale iniziò a riprodurlo, da una vite a pergola tramandata gelosamente, per generazioni, probabilmente messa, dimora dal nonno. Giuliano Bosio, viticoltore almesino e proprietario di cinque vigneti nelle zone limitrofe del paese, ha preso ispirazione dal suo amico Giorgio.

Dal 2010 ha iniziato a coltivare la collina di Almese, per riuscire a valorizzare e recuperare i suoi terreni producendo del vino: il Baratuciàt in primis, ma anche vini rossi come l’Avanà e il Bequette, tutti in piccole quantità destinate soprattutto ad amici e parenti.

Come afferma Giuliano: “Le quantità che solitamente i vitigni alpini, tipici di queste zone, possono produrre non sono molto elevate…si stima dai 30 ai 70 quintali, ma questo deficit viene compensato con una marcata qualità, in quanto l’attenzione dei vignaioli in queste zone è concentrata sulla cura dei terreni e non sulla massimizzazione del profitto“.

Proprio per questo carattere distintivo e pregiato del vino, da poco il Baratuciàt ha ricevuto il riconoscimento di vino Doc per il territorio della Val di Susa. La vendemmia di quest’anno, avvenuta la prima settimana del mese di ottobre, è stata di 60 quintali i quali verranno trasformati poi, dopo la pressatura soffice dell’uva e il riposo del mosto, in 4000 o 5000 bottiglie.

La vendemmia è stata portata a termine in maniera soddisfacente – afferma Bosio – la quantità e la qualità sono ottime, sia grazie al clima favorevole dell’annata, che alle condizioni garantite da chi ha lavorato nelle vigne. Siamo stati operativi anche ad agosto per tagliare e gettare la produzione eccessiva ed inutilizzabile“.

In primavera i frutti della vendemmia si potranno assaporare, quando le bottiglie saranno messe sul mercato insieme a quelle di tutti gli altri tredici produttori che fanno parte dell’associazione “Tutela del Baratuciàt e Vitigni Minori”. Le derrate dei singoli sommate insieme, permetteranno la produzione di 12.000/15.000 bottiglie che verranno messe in circolo nei mercati enologici e sulle tavole dei fortunati, che potranno avere il piacere di acquistarne una.

Per effettuare un paragone e quantificare i progressi portati a termine nel corso degli anni, Giuliano Bosio prende in considerazione il percorso cronologico in termini produttivi della coltivazione delle viti, da quando il Baratuciàt “è rinato”. La prima produzione del 2010 che si componeva di 38 bottiglie, numero che il viticoltore ricorda con precisione giacché memore del primo assaggio del suo vino, sommata a quella di Falca, raggiungeva un totale di cinquecento bottiglie.

Ad oggi sono evidenti i passi in avanti sulla produzione e diffusione del vino, ma Bosio non è ancora soddisfatto: “Nonostante i progressi siano stati soddisfacenti a livello personale, per ampliare il raggio di conoscenza di questo vino pregiato è necessario aumentarne la produzione per ottenere più bottiglie, in modo da creare lavoro e soprattutto un’immagine ben definita di quella che è la nostra tipica attività produttiva tradizionale. È giunto il momento di espandersi, anche grazie alla creazione di piccole economie di scala”.

 

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1 COMMENTO

  1. Ricordando con molta simpatia Giorgio Falca, con punta di polemica dico che la festa delle cipolle di Rivera da quando non è più da lui organizzata, sta morendo anno dopo anno.

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