STORIE DI VALSUSA: IL CASTAGNETO DI ZANÒ E L’AMORE PER I MARRONI DI VILLAR FOCCHIARDO

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di MARIO RAIMONDO

VILLAR FOCCHIARDO – Era, un tempo, un classico: “A vait avort ? Tun pari n’tecu jat?” (Come va ragazzino? Tuo padre dov’è?). Il vocione di Giovanni Baritello (Zanò) mi sorprendeva sempre, sin dai tempi in cui ancora avevo i calzoni corti. Lui ed Anna Maria Serra, la moglie, al di là del muro che era anche la “bojna” appena mi sentivano facevano capolino, per la chiacchiera di rito. E poi c’era mio padre, che aveva fatto amicizia con Zanò ai tempi della naja fatta insieme con gli alpini sui monti delle Alpi orientali. Era una di quelle amicizie leggere e genuine come potevano essere quelle degli anni Cinquanta, che nella vita sempre nascono per incontri che avvengono per caso, ma che ritengo – pur non avendone la prova – fu “galeotta” per papà e per Sergio Rho perché fu nel castagneto di Zanò che papà conobbe mamma, amica di Anna Maria Serra e Sergio, Lilia Telmuri.

Alla fine tutto questo portò tutti ai fiori d’arancio nell’Anno Domine 1959. Zanò, che per anni ed anni ai tempi delle castagne ho incrociato lassù nel bosco era un po’ l’antologia del mondo dei castagni, una specie di libro parlante che aveva la memoria delle cose dell’oggi e del ieri e che solleticava la mia innata curiosità: quel vocione dal timbro imponente, nel mentre che raccoglieva i marroni, con una memoria aneddotica squarciava il velo del tempo, portando alla luce le minute storie di ieri.

Come quella incredibile del “Ceirin dou Soujet”, una luce che appariva di notte su al Sojetto, un’anima peccatrice dannata, perseguitata ,inseguita dai demoni malvagi se non addirittura dal Diavolo in persona e che in tanti sicuramente e realmente videro.

Un fenomeno che – con buona pace del Diavolo – ovviamente non aveva nulla d’arcano ma che semplicemente fu legata a qualche emissione di bioluminescenza tipo quella dei fuochi fatui. Zanò aveva un cruccio però e più di una volta me ne parlò: il futuro del suo castagneto.

Me lo disse più di una volta: “Chissà dove finirà. Chissà chi prenderà il testimone.” Forse non considerava vera l’idea che Re Marrone è davvero Re e che la castanicoltura è una specie di malattia contagiosa: ci sarà sempre qualcuno che verrà “contagiato”. Perché tutti quelli che ancora fanno questo strano mestiere in fondo sono un po’ dei sudditi alla corte del Re. Dei Louis Mahè – quello di “La mia droga si chiama Julie” – perdutamente innamorati: nel nostro caso innamorati al di sopra di tutto della castanicoltura e della sua terra.

Anche Cristian Della Lucia è entrato a far parte di questa cerchia: basta vedere con quanta passione conduce il castagneto che fu di Zanò. Dice : “Inizi per caso e poi è come se esistesse una sorta di ‘richiamo del bosco’ che ti prende per mano. Diventa qualcosa che fa parte di te che ti lega ad una terra che ha una storia vecchissima come i giganteschi castagni di Villar Focchiardo. Fai parte di essa e ti rendi conto che coltivare e raccogliere castagne è ben più di un lavoro. E’ una testimonianza che ha anche il compito di traghettare dal passato al futuro l’identità d’una tradizione, il valore non mercantile di una terra. Questi che raccogliamo non sono solo “frutti” ma anche “semi” che diventeranno radici della volontà di continuare con la castanicoltura villarfocchiardese.”

Belle parole! Bello ascoltarle! Dopo il cinipide galligeno, dopo le follie green che stanno rendendo difficile la vita a chi coltiva marroni, dopo tutto c’è ancora chi crede in questa terra. Se potesse ascoltarle anche Zanò capirebbe che il castagneto su lungo il Rio Chiapinetto è nelle buone mani di chi ha raccolto il testimone.

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1 COMMENTO

  1. Leggendo questo articolo mi scintillano gli occhi , un piemontese un po’ diverso dal mio paese dall’ altro versante , un po’ più giù , e come raccontavano i vecchi che non ci sono più le castagne con la polenta a sfamare durante la guerra , ancora oggi sulle mappe catastali la definizione Castagneto da frutto , quei fuochi fatui le anime di chi ci ha preceduto con una vita semplice ma assai faticosa forse più piena della nostra con tante bocche da sfamare , si credeva perché era l’ unica speranza di venire al mondo e per le puerpere sopravvivere al travaglio , il frutto della terra come oro e sopravvivenza .
    Bravo Cristian che hai raccolto questo impegno in questo mondo caotico quanto vuoto di ideali , di fede , di valori che ci hanno insegnato i furono nostri genitori , bravo Mario Raimondo per averci descritto questo resuscitato Mondo.

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