STORIE DI VALSUSA / IL RITORNO A CASA DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE

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di MARIO RAIMONDO

VILLAR FOCCHIARDO – Ed infine, dopo l’ultimo colpo di cannone tutto tacque. Calò il silenzio, un grande silenzio, che fu, se possibile, ancora più pesante del frastuono dell’artiglieria, perché risvegliò dall’oblio le coscienze dei soldati sull’ampio fronte dell’Austria.

Era finita. La Grande Guerra era finita. Ed era vinta. Ma a quale prezzo? Quella terra che prima era irredenta ora era intrisa di sangue, di carne fatta a brandelli sotto i colpi dell’artiglieria, di carne ferita dai colpi di baionetta oppure martoriata dai reticolati di filo spinato delle trincee.

Era stata un’inutile strage, come la definì inascoltata la voce del santo padre Benedetto XV. La battaglia per quella terra, figlia di quel “sonno della ragione” che talvolta accompagna l’avventura della civiltà umana. Ma che importava a voi semplici soldati, se quella terra fosse Austria oppure Italia? Semplicemente nulla.

Perché non era forse e comunque, quella terra ossia Austria, Europa, Italia, Mondo, Occidente, Terra e Universo infinitesima, piccolissima parte di quel pallido pallino blu che con l’intero Sistema Solare vaga fiondato verso l’Ercole nell’immensità silente del Cosmo?

L’essere “proprietari” per un po’ di tempo di quella terra poteva al massimo interessare alle élite, a quelli che la guerra la fanno a tavolino e ne ricavano il profitto economico e politico. Ma a voi soldati buttati nel fango oppure nella polvere delle trincee, merce da mattatoio mandata al macello, che cosa importava? Assolutamente nulla.

Mandati allo sbaraglio in una guerra di cui la maggior parte di voi non conosceva le motivazioni, costretti spesse volte ad ubbidire ad ordini privi di alcun senso logico e men che mai di strategia militare, graziati dalla fortuna o dal destino, a voi soldati stremati da patimenti inenarrabili, premeva soltanto il tornare a casa, premeva soltanto giungesse il momento di dire addio alle armi, il giorno più bello, ancora ignoto, che vi avrebbe consegnato l’estasi di quel momento.

E finalmente, dopo una lunga attesa, venne il giorno che consegnò il momento, dopo lo storico Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918 e la successiva smobilitazione (mi dicevi sempre che per almeno un secolo avrei dovuto ricordare quella data ed ho l’orgoglio di essere qui a farlo) di tornare a casa.

Già casa..chissà com’era..era un posto? Era ancora un posto? Forse era una favola. Era bello fantasticare, come accadeva nelle cupe ore di trincea, di arrivare in Vila e poi passare il ponticello sul Chiapinetto oltre la cappelletta di Santa Lucia e correre su fino a casa. Chissà se nella stalla c’era ancora Grisuna, la vacca dal latte grasso e buono dal quale ricavare la panna per fare il burro con la “burera”. Chissà se c’era il granturco, la “melia ostenca”  posta ad essiccare “nau p’ la lobia” e pronta a passare nella macina per diventare farina da polenta.

Chissà se un colpo di bombarda, la fucilata dall’altra parte della trincea, poneva fine alla fantasticheria: sempre il ceffo vestito di nero con la falce reclamava il suo fio ed aver avuto la fortuna d’essere scampato alla sua macabra raccolta era una questione di metri se non di centimetri. Non fu cosi per il soldato che t’era accanto la cui testa letteralmente esplose centrata da una granata asburgica, un senza nome inghiottito dalla storia.

Questa era la vita e soprattutto la morte in trincea: non c’erano gli dei, non c’era un Dio che ascoltasse le voci delle carni dilaniate che urlavano la disperazione del dolore e dell’abbandono in trincea. Le orecchie del cielo non ascoltavano i sussurri e le grida dalla terra delle trincee: d’altronde perché mai avrebbero dovuto ascoltarle, perché mai Dio avrebbe dovuto porre mano in una tragedia della storia nata dalla stupidità umana, se comunque alla fine dei tempi il giudizio sulla Storia apparterrà solo a Lui?

A voi rimase soltanto il pianto, la disperazione dei soldati. Rimembravi quella disperazione in un poliedro di sensazioni fatte di caldo e gelo, di fame e sete, di acri odori di carni putrefacenti e fumi di polveri piriche e chimiche, di tormenti continui causati dai moscerini e dai pidocchi, dello stordimento che provocava il rombo dell’artiglieria che ottenebrava la coscienza.

Ma ora era finita. Era il tempo tanto atteso dell’addio alle armi, la felicità unica di quel momento, la speranza che la “madre patria” avrebbe mantenuto le promesse fatte rimanendo madre e non trasformandosi, come poi indecentemente accadde, in matrigna. Ecco ora era il momento di partire, di lasciare il fronte, di raccogliere nella bisaccia quelle poche cose, tra cui la gavetta del Monte Nero, che significavano la sopravvivenza di una vita.

Con quell’umanità dolente e felice in marcia fino alla stazione a Conegliano, con quelle canzoni cantate a squarciagola che scaldavano il cuore. Eravate vivi. Vivi. E poi via sul quel treno cigolante di una ferraglia vetusta che sbuffava come una caffettiera fumo nero, frustando stanchi cavalli a vapore su, quasi di corsa, per la Pianura Padana. Brescia e poi Milano, Torino, la nostra Valle di Susa, finalmente Borgone Susa. Ed eccolo là di fronte il Villar, il tuo Vilè. Ancora una breve corsa, oltre la Dora, la Giaconera, su per il Chiapinetto e finalmente, la mulattiera di casa con la cappelletta di Santa Lucia che aveva ascoltato le tue preghiere.

Una tempesta nel cuore e nella mente. Eri li, eri quasi a casa. Ma come non pensare a tuo fratello Carlo Giuseppe svanito nel conflitto? Come non pensare a tutti gli altri ragazzi, tuoi coetanei, figli della stessa montagna annichiliti anch’essi nella follia di una guerra assurda che di quei giovani lasciò solo il nome inciso su di una pietra, svuotando nel nulla la meglio gioventù del Villar. Come non pensare agli sguardi delle loro madri, alle lacrime dei loro occhi?

Tu non avevi più una madre e di questo me ne avresti parlato con un misto di tristezza e rammarico parecchie volte. Tu eri il cavaliere di Vittorio Veneto Luigi Versino, medaglia d’argento al valor militare, reduce dalla battaglia incredibile del Monte Nero, mio nonno. Tu saresti stato “il grande castagno delle nostre famiglie”.

Quando col cuore in gola t’affacciasti al limitare del cortile di casa la campana di San Barnaba alla Comba suonava l’ora seconda dopo il mezzogiorno. C’era tuo padre che restò basito dallo stupore nel rivederti e non ebbe parole. C’era il vento freddo che dalle forre della Gran Comba e dal Pian dell’Orso sbuffando per boschi e declivi scendeva giù fino a valle fedele al proverbio che dice che a Sant’Andrea “l’invern a munta ‘n carea”.

Raccontavi sempre che all’improvviso il vento s’acquietò, come se volesse sciogliersi in una metafora, come se da quel giorno alle soglie dell’inverno dovesse nascere il miracolo della primavera. Quel giorno, in fondo fu sicuramente così: fu la primavera del ritorno alla pace ed alla vita. Era un giorno del Novecento, il nostro secolo breve. Era il 30 novembre 1918, sabato, il primo giorno di casa, la prima notte di vera quiete.

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