STORIE DI VALSUSA: LA CASA DEI CENTO NATALI, CON LA POLENTA CUCINATA DAL NONNO

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di MARIO RAIMONDO

VILLAR FOCCHIARDO – Tutto iniziava con il tempo dell’Avvento. Sembrava non passasse mai perché i giorni alla fine dell’infanzia scorrevano lenti, almeno questa era l’impressione che avevo, e i giorni da sfogliare sul calendario a strappo erano parsimoniosi nello staccarsi dall’almanacco a muro. Ma poi arrivava.
Il segnale era nell’aria: dopo il vento freddo che dal Pian dell’Orso, giù per forre e boschi, precipitava sino a valle, il cielo cangiava diluendo l’azzurro in un grigio opalino che si scuriva facendo presagire nuvole cariche di neve.
Era Pettirosso, così dicevano i nonni, a dare il segnale dell’imminente nevicata: guardingo si avvicinava dal tralcio della vite su per gli scalini fino al davanzale della finestra, saltellando velocemente, cercando con gli occhi furbetti qualche briciolina da mettere nel becco. Una beccata qua, una beccata là…mentre i primi fiocchi iniziavano a cadere dal cielo.
Pareva danzassero nell’aere, prima di posarsi a terra in un candido manto, quasi volessero rendere onore al Generale Inverno che con piglio autoritario prendeva possesso della stagione.
Che nevicate in quegli anni! Davvero era Natale!
Io, mio cugino Luigi Versino Jr. ed il nostro grande amico Marino Martoglio, non “stavamo più nelle pelle” al pari degli altri “avort” giù per la Comba ed era straordinariamente bello, volando con le ali della fanciullezza, correre a perdifiato per le stradine della borgata che diventava un presepe, mentre la neve ci bagnava il viso e si posava sui capelli in luccicanti cristalli di ghiaccio.
Era la vigilia del Natale del 1974.
Al pomeriggio un mucchio di gente si trovava su in quella casa: sembra quasi impossibile che tante persone potessero stare contemporaneamente in quella piccola stanzetta che fungeva da soggiorno.
Ma era così.
Me li ricordo ancora oggi, sento, oltre il silenzio, le loro voci.
La casa dei cento Natali ridondava di voci, di suoni: la parlata “a la moda di quasin”, di Giovanni Martoglio e della moglie Nina, la voce, quasi sottovoce, di Valente Cartot che io chiamavo “l’om citu”, perchè mi sembrava di piccola statura. Le voci squillanti di Attilio Cartot e Maria Schiari, l’intercalare fatto di continue imprecazioni di Cesare Pent, il silenzio di Enrì Miletto, appollaiato su di una sedia in un cantuccio e che praticamente in quella casa svernava, la chiacchierata alla moda “ dou Vilè” di Paolo ed Onorato Votta.
E poi c’erano i nonni, Antonietta Chiaberto e Luigi Versino Sr., “Vigiu d’Monte Nero”, che ci raccontava le storie del tempo dei Natali di ieri, che noi discoli ascoltavamo sull’attenti, assorbendole nello stesso modo in cui una spugna assorbe l’acqua.
La nonna faceva un piccolo alberello con un arbusto di ginepro e noi un altrettanto piccolo presepe sul davanzale della finestra: tre statuine, quattro oppure cinque pecorelle, il bue e l’asinello con Giuseppe e Maria nell’improvvisata capanna fatta con un pezzo di castagno cavo.
Quando calava il buio, accendevamo il piccolo addobbo dell’albero e la candela nel presepe: era spassoso sentire il “cri cri” dell’intermittenza e guardare quel gioco di luci che disegnava “forme” sul soffitto: era la magia del Natale.
La sera, nel freddo, sotto le stelle, dopo che le “cioche d’Natal” avevano annunciato la Santa Messa della Natività, nonna ci portava in Chiesa, e noi con trepidazione attendavamo la fine della funzione perché sapevamo che “qualcuno” sarebbe passato a casa, portandoci i doni. Quando pochi doni ci facevano davvero felici!
Nel pranzo di Natale – dove non mancava mai la polenta che nonno con la pazienza di Giobbe cuoceva nel paiolo di bronzo sul fuoco del camino e della quale io amavo la “rumà”, la parte secca e croccante che rimaneva attaccata al fondo della pentola e che intingevo nel miele, aspettavamo soprattutto i dolcetti e poi via a giocare nella neve.
Da Pincian giù per l’Arvinas  a “sbarusè” con gli slittini: dopo un po’ di giri la neve diventava uno strato di ghiaccio quasi bluastro e noi col viso paonazzo per il freddo non mollavamo assolutamente.
Vuoi mettere che non ci si divertisse a Natale?
Influenza? Raffreddore? Parole aliene.
Benché ci sgridassero, noi facevamo spallucce. Avevamo la risposta: “Suma pa d’patachin”.
E giù nella neve fino alla notte della Befana quella delle “disdesie”.
Ancora non lo sapevo ma quello fu l’ultimo Natale nella casa dei cento Natali: un po’ perché nell’anno successivo nonna si sarebbe ammalata gravemente, un po’ perché l’orologio del tempo segnava la fine della fanciullezza e l’arrivo dell’adolescenza.
Si affacciava lesto all’orizzonte il 1975 che avrebbe segnato il “meno venticinque” al Duemila, un numero che sembrava arcano, portentoso, imminente, eppure ancora lontano.
Il 1975, l’anno del “Barry Lindon” di Stanley Kubrick, dello “Squalo” di Steven Spielberg e dell’Apollo – Soyuz Test Project (ASTP) che avrebbe dato ali alla speranza racchiusa nelle parole del presidente americano John Fitzgerald Kennedy di una pace perenne che iniziava nello spazio e finiva sulla terra.
Cinquant’anni dopo sappiamo e vediamo come purtroppo è andata a finire.
Ma nonostante tutto, dobbiamo coltivare la speranza. 

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6 COMMENTI

  1. il pettirosso preannunciava la neve anche nel mio paese un po’ più giù nella Valle “al’indrit’ , grazie per questo racconto che sa ancora….. di vero Natale.

  2. Bellissima narrazione, ricca di piccoli e preziosi dettagli che rendono l’idea di come era vissuto il Natale in quegli anni: semplici cose ,ma autentiche e di grande significato, il consumismo era ancora lontano e lo spazio era tutto per il vero senso del Natale.
    Leggendo queste righe , pare quasi di sentire il freddo gelido di quegli inverni , di vedere le distese di neve e di sentire il profumo di quella polenta!!! Tutto questo suscita un sentimento di nostalgia e anche di velata tristezza, soprattutto se ci si sofferma sulla riflessione con cui l’autore di questo scritto conclude il suo racconto.

  3. Complimenti quanti ricordi affiorano leggendo questa storia, paesi differenti ma stessi ricordi e un pizzico di nostalgia . I bambini di oggi non riuscirebbero neanche minimamente a comprendere la semplicità e la complicità che legava il tutto

  4. Bellissima narrazione, ricca di dettagli e di piccoli quanto significativi particolari che rendono l’idea di come era vissuto il Natale in quegli anni. Il consumismo era ancora lontano e lo spazio era tutto per l’essenza autentica di questa festa.
    Leggendo queste righe pare quasi di sentire il freddo di quegli inverni, di vedere il candore della neve e di sentire il profumo di quella polenta!
    Questo scritto suscita un sentimento di nostalgia ma anche di velata tristezza , soprattutto se ci si sofferma sulla riflessione con cui l’autore conclude il suo racconto.
    Grazie per averci riportato per un attimo in un tempo più povero di cose ma molto più ricco di sentimenti .

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