UNA VALSUSINA RICORDA IL GRANDE LUIS SEPÚLVEDA

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di MARIA TERESA VIVINO

Ho conosciuto Luis Sepúlveda nel maggio 2017, quando ho collaborato con l’Ufficio Eventi, del Salone Internazionale del Libro di Torino. Mi capitava, nei giorni dell’apertura al pubblico, di andare incontro agli autori presso l’albergo che li ospitava, e di accompagnarli al padiglione in cui la sala e i lettori li avrebbero accolti.

L’incontro più intenso è stato proprio quello con Sepúlveda, per due motivi, essenzialmente. Il primo è perché sono sempre stata appassionata de “La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare’” e il secondo, perché tra un po’ di spagnolo e un po’ di italiano siamo riusciti a fare qualche chiacchiera, prima del suo intervento con il pubblico.

Mi ricordo di avergli chiesto cosa ne pensasse della trasposizione del libro in cartone di animazione, e mi ricordo che era entusiasta di come fosse stato realizzato. In genere si dice “i film rovinano i libri” e invece lui era convinto che il film fosse stato il tocco di “pennello” del suo capolavoro.

Ho lavorato su “La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare” anche a scuola, soprattutto per il potenziamento della lingua italiana e diritti universali. Credo che i suoi capolavori, la sua vita in prima linea, la sua umile timidezza, siano davvero per me uno dei ricordi più preziosi che terrò nel cuore di quei giorni di Salone.

Terribile e profetico pensare, come riportano molte notizie, che sia stato proprio in occasione del suo ultimo salone di Lisbona, che ha contratto il Coronavirus, quel virus che infesta le vite e le menti di tutto il mondo, l’ha portato via da tutti gli affetti e da noi lettori. La sua vita è davvero la penna dei cuori, così lo voglio ricordare felice e sempre emozionato in mezzo ai libri.

Credo che le sue parole, i suoi meravigliosi scritti siano davvero un’eredità mondiale di bellezza della parola e umanità dello spirito. Uguaglianza, quell’uguaglianza che anelava nel suo cuore e che oggi, questo terribile virus, ci ha insegnato e ci sta insegnando essere, purtroppo, la chimera sociale. Arrivederci Luis.

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