
ROSTA – Una requisitoria durissima quella pronunciata lunedì 20 aprile dalla sostituta procuratrice Manuela Pedrotta. Per Francesco Ferrara, l’imprenditore valsusino noto per l’organizzazione di “Cioccolatò” e dei Mercatini di Natale, sono stati chiesti dieci anni di carcere e 30.000 euro di multa. Ferrara, arrestato nel 2024, secondo l’accusa avrebbe gestito i propri affari con metodi illeciti, contando su presunti legami con la ‘ndrangheta.
La Procura chiede la condanna di Ferrara e anche di altre 4 persone: 7 anni di reclusione e 20mila euro di multa per Paolo Madoglio, 1 anno ciascuno per Francesco Onofrio e Felice Curcio. Tra gli ipotetici reati contestati, vi sono quelli di estorsione, lesioni, sequestro di persona e violenza privata, aggravati con presunto metodo mafioso.
Tutte queste ipotesi di accusa sono completamente respinte da Ferrara e dagli altri imputati, che al contrario confermano la propria innocenza, e dai legali che li assistono.
La denuncia dell’ex collaboratore
L’intera inchiesta sarebbe partita dalla denuncia di un “ex collaboratore” di Ferrara (assistito dall’avvocato Alessandro Bellina). L’uomo, che reclamava un credito di circa 30.000 euro, sarebbe stato malmenato da alcune persone, assoldate appositamente per l’aggressione nel capoluogo piemontese. Sarebbe stato questo l’episodio chiave che ha scoperchiato la vicenda.
Violenze e intimidazioni: il caso di Rosta
Il quadro delineato dalla Procura parla di presunta violenza quotidiana. Chi osava chiedere il pagamento degli stipendi arretrati rivolgendosi a legali oppure forze dell’ordine sarebbe stato etichettato come “infame” e picchiato. Tra i vari episodi contestati, figurerebbe anche un pestaggio avvenuto in un capannone a Rosta in Valsusa: qui un uomo sarebbe stato preso a calci e pugni; la vittima non avrebbe mai denunciato i fatti ed è purtroppo deceduta lo scorso anno per altre cause.
“Caterina” e l’atteggiamento omertoso dei testimoni
Dalle indagini sarebbe emerso che Ferrara possedesse una pistola, soprannominata affettuosamente “Caterina”. Secondo l’ipotesi della Procura talvolta sarebbe stata prestata ai complici per intimidire i debitori. Un imprenditore, che vantava un credito di 51.000 euro, avrebbe ricevuto messaggi minatori del tipo: “Siamo io e la mia amica, Caterina. Aspettaci”. Lo stesso imprenditore, sentito come testimone, avrebbe mostrato un atteggiamento inizialmente reticente, limitandosi a dire che Ferrara “non pagava”, per poi ammettere solo in un secondo momento le minacce che avrebbe subito.
Le minacce in famiglia e la linea della difesa
L’imprenditore Ferrara è imputato in un altro processo per presunte minacce e lesioni al fidanzato della sua ex cognata, che ha sporto denuncia. Durante il processo, Ferrara ha respinto le accuse e si è difeso definendosi un uomo “rozzo e ignorante”, sostenendo che le intercettazioni fossero solo “stupidaggini” scambiate tra persone di basso livello culturale. Un’interpretazione che non ha convinto la Procura, la quale sottolinea invece la presunta “propensione alla violenza” e i legami con ambienti calabresi, nonostante Ferrara non abbia origini di quella regione e neghi completamente ogni presunto legame con la malavita.
La parola alla difesa
La parola passa ora alla difesa (con gli avvocati Giuseppe Del Sorbo, Demetrio La Cava e Manuel Perga), che interverranno nell’udienza fissata per la fine del mese di aprile.





















In effetti Caterina e’ do grande compagnia!