VALSUSA, LA STORIA DELL’ANTICO CASTAGNETO DI PIANCAMPO

Condividi
FacebookTwitterWhatsAppFacebook MessengerEmailLinkedIn

di MARIO RAIMONDO

VILLAR FOCCHIARDO – “Presi un giorno il cammino, salendo piano verso le montagne e il sole pareva più vicino, giocando tra i rami delle piante che di frutto portan le castagne”. Così, canticchiando in patois a mo’ di filastrocca, mia nonna Antonietta Chiaberto mi accompagnava salendo su verso Piancampo dove nonno aveva una splendida vigna in cui vi erano delle piante di pesco con frutti dolci come il miele, per andare a prendere due fiaschi d’acqua al Batibò.

A lato del prato del Bulan c’era uno stupendo castagneto quasi adagiato su d’un piccolo declivo che custodiva i segreti delle “sbarusà” che – d’inverno – io e Marino Martoglio eravamo soliti compiere sulla neve con l’improvvisato slittino che avevamo assemblato di nascosto con materiali di fortuna. Eravamo al principio degli anni Settanta: l’inverno sapeva essere inverno, come d’altronde l’estate sapeva essere estate, nell’ordine ovvio dell’alternanza delle stagioni. Non come ora in cui la confusione – non solo climatica – impera. Passando di lì ancora mi sembra di sentire quell’eco delle voci e grida di bimbi che spensierati – ancora quasi all’inizio della corsa della vita – lanciavamo a squarciagola nell’aria. Per Marino purtroppo quella corsa sarebbe stata breve…perchè il destino scelse altrimenti. Ma quella è un’altra storia.

La storia del castagneto sulla strada di Piancampo sbocciava a vita d’autunno: allora, come oggi, in quel castagneto ad ottobre c’erano le castagne. Tante, belle e buone. Facevano capolino tra il riccio dischiuso con quel profumo tannico delle cose squisite che diventa soave e proprio delle caldarroste. Un cibo che piacerebbe persino agli Dei!

Oggi quel castagneto, lindo ed ordinato come un quadro, è della famiglia di Claudio Votta che incontro proprio mentre la raccolta sta volendo al termine, in un’annata che rimarrà nella memoria per la grande siccità che ha colpito duramente la valle. 

“Da quando mio padre Paolo e mia madre Rosita Carnino – racconta Claudio – comprarono nel 1982 da Carola Rumiano il castagneto, una cosa del genere non si è mai vista. Ad un inverno quasi indegno di portare tale nome è seguita una primavera avara di pioggia con l’appendice di una estate lunga, torrida, ventilata, straordinariamente asciutta. Abbiamo dovuto irrigare con continuità per avere raccolto. Ci sono tante castagne che, pur avendo una pezzatura discreta, sono asciutte. Le fronde degli alberi han patito il caldo e la mancanza di pioggia e di umidità. E nonostante ciò i nostri alberi hanno fatto ancora una volta il loro dovere donandoci questi frutti preziosi che sono i marroni di Villar Focchiardo. Quest’anno – conclude Claudio che ben ha in mano il timone del castagneto avito – è andata così e le piante hanno fatto miracoli riuscendo a produrre nonostante tutto. Speriamo nel prossimo anno e nella pioggia”.

Già, la pioggia..sarebbe bello se i castagneti potessero fare anche questo miracolo. Ma non è in loro potere. Guardando il cielo straordinariamente terso, sgombro dalle nuvole, guardando le piante quasi disidratate, i prati secchi, le foglie precocemente caduche, il termometro abbondantemente oltre i venti gradi, prende una certa inquietudine. Non si vorrebbe che le uniche nubi prossime  all’orizzonte siano quelle di un veloce cambiamento climatico capace di sconvolgere anche l’ultracentenaria castanicoltura valsusina. 

 

 

FacebookTwitterWhatsAppFacebook MessengerEmailLinkedIn
Condividi
© Riproduzione riservata

Che cosa ne pensi? Scrivici la tua opinione

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.