VALSUSA, L’ANTICO RITO DELLA MARODA: LA CACCIA ALLE CILIEGIE

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di MARIO RAIMONDO

VILLARDORA – Furto? Giuridicamente sì. Goliardata? Molto di più. Rito? Assolutamente sì. Era la sfida fissa di fine maggio e giugno quando Almese e Villardora si trasformavano nelle capitali valsusine, e non solo, delle ciliege. L’oro rosso del nostro territorio erano le ciliege che praticamente a scalare, a seconda della cultivar, si raccoglievano per tutto quel periodo che raggiungeva, e anche superava, i quaranta giorni. Era un tempo di lavoro molto duro perché le ciliege nostrane erano davvero apprezzate e ricercate ed avevano un mercato non indifferente, tale da costituire un sostegno al reddito di tantissime famiglie i cui membri alternavano le otto ore in fabbrica con altrettante e più ore ai lavori agricoli.

Il mercato all’ingrosso si svolgeva nella piazza davanti alla Cooperativa, col tira e molla sul prezzo tra compratori, che solitamente cercavano di fare “cartello” tra di loro per pagare il meno possibile e i venditori che cercavano di guadagnare il più possibile. L’alternativa era vendere direttamente al consumatore, il cittadino che si faceva la scampagnata in valle nel fine settimana. Ed allora ecco che il sabato e la domenica la via Circonvallazione e via Cuminie si trasformavano in veri e propri mercati al minuto. Carriole,carretti,rimorchi di trattore, ape Piaggio e quant’altro, sovrastati dall’immancabile ombrellone parasole dai colori sgargianti, si trasformavano in improvvisati banchetti colmi dell’oro rosso di questa nostra terra. Da mangiare all’istante o da consegnare alle previdenti mamme di ieri che sapevano trasformarle in sciroppi e marmellate per nutrire i pargoletti d’inverno.

Ma c’era un “problema”….”la maroda”. Una parola che oggi è sicuramente desueta, ma che all’epoca era viva ed attuale. La “maroda” era una consuetudine, oserei dire intergenerazionale, che consisteva nell’andare a farsi panciate di ciliege sulle piante altrui. Riuniva ragazzini, adolescenti e grandicelli già più attempati in “bande” dedite a questa attività che aveva però regole ferree: non bisognava rubare per rivendere, non bisognava danneggiare in alcun modo gli alberi, bisognava avere la consapevolezza che se si fosse stati “beccati” dal proprietario ci sarebbe stato il rischio di beccarsi qualche lieve sganassone sulla capocchia e guai a lamentarsi a casa perché poi magari “l’brod d’undes ure” te lo facevano ingoiare anche se fingevi che ti andava di traverso.

Era bullismo ante litteram: ci si muoveva in gruppi come un commando: si sceglieva lo sventurato proprietario, magari qualcuno particolarmente tirchio od antipatico. Qualcuno si fermava al limitare del podere a fare da palo e gli altri alla “maroda”: panciate di ciliege succulente che altre al fruttosio nutrivano il corpo con l’adrenalina della sfida. A volte andava bene, altre male e si doveva correre come gazzelle per non essere beccati e travolti dall’ira del malcapitato proprietario che inveiva urlando: “Bocia se uv ciapu v’sciapu la testa”. Ovviamente non accadeva e anche se placcati alla fine si concludeva tutto con un sorriso perché sia il “marodato” che i “marodanti” sapevano di essere parti di un rito non scritto ma codificato dalla consuetudine che assolveva le colpe di tutti. D’altronde chi non ha mai rubato le ciliege? In quegli anni veramente pochi, forse solo quelli a cui risultavano indigeste! Ed allora avanti col gioco.

Terminato praticamente con la fine degli anni settanta quando sia Almese che Villar Dora, usciti dalla fase storica della “ruralità”, intrapresero la corsa all’asfalto ed al cemento che ne modificò il paesaggio in un modo così profondo da stravolgerli ed il cui risultato finale si tocca oggi in occasione delle alluvioni. Dei ceraseti di un tempo è rimasto quasi più nulla, una eventuale loro rinascita al momento sembra ben lontana dal potersi riproporre, e del mitico andare alla “maroda” s’è perso anche il nome. Però che nostalgia guardando al ieri. Verrebbe da dire, prendendo a prestito il titolo di un libro di Mario Capanna: “Formidabili quegli anni”.

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3 COMMENTI

  1. Grazie Mario,
    aggiungerei che dopo il 24 giugno la maroda diventava carnivora per la presenza del Giuanin, che leggende raccontano di proprietari armati di doppietta caricata a grani di sale grosso, che nell’estate seguivano marode altrettanto succulente di pesche, albicocche e ramasin, che, anche chi come me non amava troppo la frutta, queste incursioni all’imbrunire (con l’avvento dell’ora legale dopo le dieci di sera) le condivideva volentieri con gli amici più golosi.
    Che era difficile convincere le ragazze a partecipare e che, prudenzialmente era meglio non farla “fora pais”.
    Nei casi sfortunati, essere beccati da proprietari che conoscevano personalmente i genitori non sollevava da energiche lavate di testa, ma almeno da strascichi legali.

  2. Fantastico questo articolo…mi riporta in un mondo abbastanza lontano ma bellissimo…grazie. Patrizia Gramaglia

  3. mi ricorda la gioventu, quanti raid alle ciliege,e quante fughe dai padroni dei ciliegi,e anncora risate per averla fatta franca,naturalmente sempre senza cattiveria alcuna-

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