100 ANNI FA LA PRIMA GUERRA MONDIALE / INTERVISTA ALLO STUDIOSO VALSUSINO ELISIO CROCE

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di MARIO RAIMONDO

Cent’anni… Un secolo… Esattamente un secolo fa il sonno della ragione soverchiava le terre d’Europa… Un tremendo conflitto, che la Storia avrebbe reso solo prodromo d’una ancora più immane tragedia insanguinava le linee di confine della casa europea. Nonostante le passate e poi future retoriche, i fronti erano solo dei soldati mandati al macello senza un perché… Morti nelle trincee, tra i reticolati; fatti a pezzi dall’artiglieria, gasati dalle bombe chimiche… Tra le persone che qui in valle hanno approfondito le tematiche inerenti a quell’inumano conflitto c’è lo scrittore villardorese Elisio Croce che ha studiato lungamente quei giorni lontani di un secolo fa. 

Elisio Croce, quando è nata questa ‘passione’ per la Grande Guerra? Ormai è passato un secolo da quei giorni e di tutti quelli che ne furono coinvolti non è rimasto più nessuno… Passata la retorica bellicista del dopoguerra – che elogiava il volo del Vate dimenticando le sofferenze delle trincee – e che ci condusse al fascismo, passato un ‘ revisionismo pacifista’ post 1945…rimangono solo più i sacrari con lapidi di nomi sempre più ignoti … Perché le interessa la Grande Guerra?

“Seguo con interesse le documentazioni dei variegati media nel merito della prima guerra mondiale in considerazione del centenario della stessa e siccome per ragioni diverse da tanti anni mi sono dedicato all’argomento in oggetto vorrei lasciare anch’io qualche considerazione a proposito di luoghi e fatti di quel tremendo conflitto. Non è stato casuale, in origine, siffatto mio interesse alle predette vicende belliche considerando come già in tenera età mi commuoveva sentire da mio padre il ricordo di due suoi fratelli maggiori caduti in quella guerra…”.

Ma quando da ragazzini si ascoltavano le storie dei nostri soldati era bello… Sembrava ‘cinema’…

“Forse sembrava … ma non era. Come le dicevo uno dei soldati caduti era Achille Croce, giovane stimatissimo in Condove per il suo carattere estroverso e la sua appartenenza alla Banda Musicale del paese; era venuto morire a casa di cancrena, fra atroci dolori, dopo avere trascorso più giorni sotto una valanga nel Trentino; era arrivato alla stazione di Condove in treno e tutta la Banda era andata ad accoglierlo per accompagnarlo a casa sul suo letto di morte. Un altro mio zio, Giacomo, fratello di Achille era morto in combattimento. Siccome nessuno conosceva il luogo della sua tumulazione, quando fui cresciuto, iniziai il mesto pellegrinaggio fra i numerosi sacrari per trovare il suo nome fra migliaia di caduti. Anche a Redipuglia, fra i centomila soldati colà tumulati pur trovando numerosi fra gli stessi che di cognome facevano Croce nessuno di nome si chiamava Giacomo ma lo trovai, infine, presso il sacrario di Asiago. La mia povera nonna non festeggiò mai la vittoria ma consumò il resto della sua esistenza nelle lacrime per quei suoi due figli poco più che ventenni che la Patria aveva preso e condannati … Ciò che non viene mai raccontato sono le sofferenze delle mogli, delle madri ….Videro partire i loro figli e di quei figli non rimase nulla, solo il nome”.

So che lei numerose volte si è recato sulle montagne del fronte, forse un pellegrinaggio alla ricerca di risposte… Le ha trovate?

“Le risposte alle domande sui ‘perché’ della Storia appartengono solo a Dio… Io, sia per la mia passione per la storia che per l’alpinismo, numerosissime volte sono salito sulle montagne ed ho percorso le vallate dove si svolsero i tremendi fatti di quella guerra, ricavandone ogni volta sensazioni forti e desiderio di comunicare agli altri realtà assai diverse da quelle decantate sui nostri libri di storia … Ho visto resti di baracchini di guerra su vette e creste dove sembra a tutt’oggi impossibile che potessero viverci, soprattutto in inverno, delle persone in armi; ho raccolto ossa rimaste insepolte fra i ghiaioni ed ho parlato con residenti fra le valli già “irredente” secondo i nostri allora governanti ma che, in realtà, tranne eccezioni, non avevano nessuna voglia di essere “redente” perché stavano bene con l’Austria tanto che sia i ragazzi che gli anziani subito sono saliti sulle creste di confine in qualità di volontari per difendere il loro paese dagli invasori italiani…”.

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Mi sta dicendo quindi che molte cose che furono scritte nei libri di storia sono… favole?

“Leggendo numerosi libri sulla guerra scritti dagli austriaci ho aperto gli occhi sulle molte menzogne narrate dai nostri storici molto spesso condizionati dalla retorica fascista. Da alcuni decenni a questa parte finalmente sono uscite molte verità sulla conduzione di quella guerra, resoconti totalmente diversi rispetto a quelli precedenti dove si sta cercando di rendere giustizia alle tante baggianate raccontate ad alle inumane condizioni imposte ai poveri soldati molto spesso analfabeti ed all’oscuro dei perché dovevano combattere quella guerra incompresa ed uccidere povera gente come loro che difendeva la propria terra”.

Quindi, secondo lei, non una guerra di ‘cuore’ per la nobile intenzione di liberare il sacro suolo dallo ‘straniero’… Ne ha già parlato con qualcuno?

“Ogni tanto qualche associazione mi invita per tenere una conferenza accompagnata da fotografie inedite che posseggo, nell’intento di sentire qualche voce, talvolta fuori dal coro, circa addomesticate velleità patriottiche e storie bugiarde apprese in gioventù, ed ogni volta raccolgo stupore e consensi … E non solo qui … Le racconto un aneddoto inedito…”.

Prego… sono tutto orecchi…

“Ancora lo scorso autunno sono salito su vette dolomitiche butterate da trincee sconquassate da bombe dove incontrai un solitario escursionista di Predazzo, anche lui appassionato circa la storia dei suoi parenti, allora combattenti con l’Austria, e subito vi fu scambio di opinioni nel merito delle ragioni di quel conflitto. Ad un certo punto mi chiese l’ opinione su Cesare Battisti considerato da quelle parti non certamente un patriota. “Voi vi siete scandalizzati”,disse, “perché Battisti è stato messo a morte ma gli italiani, quei generali che sparavano alla schiena ai soldati che non correvano abbastanza in fretta contro le mitragliatrici austriache, come avrebbero trattato colui che fosse passato dall’altra parte? I miei nonni, soggiunse, erano ancora dei ragazzi ed imbracciarono il fucile per difendere, sul Cauriol, la nostra valle; nessuno aveva voglia di uccidere perché le nostre erano comunità religiosissime, ma ritennero un dovere combattere per la propria terra assolutamente non considerata irredenta da coloro che l’abitavano tranne sparuti cultori di quell’idea. Ma si, erano talmente irredenti quei popoli che ancora adesso non solo parlano più volentieri il tedesco che l’italiano ma i loro costumi, il loro amore per la terra, la cura dei loro alpeggi, ecc, mi scusino i nazionalisti ad oltranza, sa più di austriaco che di italiano. (Qualche capatina in valle Aurina, ecc, lo conferma). Sono salito sull’Ortigara, sul Monte Nero, a Caporetto, su molte cime dolomitiche e su tutti i colli dell’Isonzo dove si svolsero macelli indicibili; solo sul San Gabriele vi furono 25 000 morti per nulla tanto che gli ufficiali superiori non salivano per il timore che alla vista di siffatta carneficina avrebbero avuto difficoltà nel comandare nuovi assalti. In quanto alla famosa rotta di Caporetto, la quale colpa fu attribuita ai soldati invece che ai generali che ne combinarono di tutti i colori fuggendo poi in gran parte sulle automobili lasciando la truppa allo sbando, suggerirei di leggere, pur fra tanti altri libri recenti, quello di C.De Simone “L’Isonzo mormorava” dove minuziosamente vengono raccontati fatti e responsabilità”.

Queste responsabilità vennero, come dire, ‘insabbiate’… servivano alla retorica, ma non alla verità che sta emergendo in merito alla condotta dei capi del Regio Esercito. È così?

“Si è così, già allora, scomparvero dal resoconto dell’inchiesta numerose pagine che riguardavano Badoglio ed altri che vennero peraltro promossi. Quando le armate italiane in ritirata si attestarono sul Piave e Diaz sostituì Cadorna in qualità di Comandante supremo i soldati italiani combatterono con maggiore convinzione sia perché avevano questa volta la certezza di difendere il loro paese sia perché gli stessi vennero trattati con maggiore umanità. In effetti, i generali e gli ufficiali superiori che prima cercavano di essere un pochino più umani con i soldati evitando, per quanto possibile, di mandarli inutilmente al macello, venivano immediatamente esonerati tanto che per timore appunto di essere castigati gli stessi manifestarono un’incredibile disumanità. Un terzo dei soldati stessi morì a causa di malattie contratte nelle trincee fra il fango cosparso dai resti dei loro compagni mentre coloro che facevano parte delle prime ondate di assalto, dopo essere stati ubriacati di cognac, conoscendo le probabilità di morire talvolta con atroci sofferenze sul terreno fra opposti schieramenti, si sparavano o venivano uccisi dai carabinieri alla prima titubanza suggerita dalle mitraglie avversarie. Recentemente i Cappellani militari ed altri hanno chiesto la riabilitazione morale e giuridica per coloro che vennero condannati per diserzione, fucilati o decimati, considerando il contesto di paura e di morte di quei momenti che li mandavano letteralmente fuori di testa … Questo mentre altri chiedono la condanna del Generale Cadorna ma, forse, cent’anni dopo, è un pochino tardi”.

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Sicuramente è così… Di tutto ciò che è stato scritto e raccontato sulla Prima Guerra Mondiale cos’è che la urta maggiormente?

“Ciò che da sempre mi trova stupito e contrario è l’esaltazione dell’eroismo militare diversamente da quello civile: chi uccide o viene ucciso in guerra è meritevole di medaglie e di celebrazioni con tutte le autorità schierate ma non è così per colui che muore sul lavoro o per una motivazione profondamente umana e pacifica; anche questi ultimi hanno cercato di dare alla Patria ed alla famiglia umana il meglio di loro stessi magari con tutta una vita spesa nel dovere. Probabilmente il fatto di essere, nonostante millantati discorsi di pace, fra i maggiori costruttori e venditori di armi, spinge in siffatta direzione. Qualora possa essere utile mi rendo disponibile per ulteriori testimonianze circa luoghi e fatti di quell’immane conflitto nel ricordo soprattutto di quelle migliaia di nomi, sbiaditi dal tempo, scritti sulle lapidi dei nostri paesi affinché nipoti e pronipoti conoscano le incredibili sofferenze patite dai loro cari in nome di un’inutile strage”.

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