LETTERA / LA BASSA VALSUSA PUÒ ESSERE TURISTICA?

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di CATERINA AGUS

Dopo aver letto con interesse gli interventi su ValsusaOggi relativi alla montagna trascurata e alle criticità dell’Alta Valle di Susa desidererei aggiungere qualche modesta riflessione al dibattuto tema delle difficoltà della nostra Valle ad essere pienamente valorizzata e vivibile, soffermandomi in particolare sulla Medio-Bassa Valle, dove vivo da quando sono nata, pur riecheggiando il mio cognome origini sarde.

Come promuovere e rendere attrattiva la medio-bassa Valle di Susa? Abitare la Valle di Susa oggi credo significhi convivere con almeno due realtà profondamente differenti: da un lato l’Alta Valle, con la sua vocazione turistico-sciistica, accresciuta dal fatto di essere stata sede delle Olimpiadi invernali nel 2006, e dall’altra parte la Medio-Bassa Valle, connotata da una tradizione industriale di fine Ottocento/metà Novecento, con il conseguente esodo dalle aree rurali e il progressivo abbandono della montagna, a cui è seguita, in anni più recenti, la chiusura delle fabbriche, in un contesto territoriale con forti difficoltà sociali, economiche e produttivo-lavorative, contesto territoriale caratterizzato dalla presenza di infrastrutture fortemente impattanti.
Sicuramente vi sono territori montani che hanno saputo sfruttare al meglio le loro potenzialità, non solo in virtù del fatto di trovarsi in Regioni a Statuto Speciale, ma soprattutto (vedasi esempi illuminanti della Lombardia e dell’Emilia Romagna, per mantenerci al centro-nord Italia) perché le Amministrazioni locali hanno saputo cogliere le importanti possibilità offerte da finanziamenti pubblici e privati, bandi nazionali ed europei con progettualità lungimiranti.

Come mai in Valle di Susa tutto questo non è sempre accaduto e, anzi, vi è stato un progressivo e inesorabile depauperamento delle risorse lavorative, economiche e sociali? Credo che la risposta non sia riconducibile a poche righe, ma implichi un’analisi articolata delle scelte (anche politiche, comunali e sovracomunali) che sono state fatte nel tempo; ma nulla è peggio che recriminare ciò che è passato e dunque credo anche che sia il momento di volgere lo sguardo al domani e alle possibilità che potrebbero aprirsi per il nostro territorio, se si farà uso oculato delle risorse economiche future.
E in questo provo a definire alcuni semplici punti che, a mio avviso, sono fondamentali per il miglioramento delle condizioni di vita in una valle alpina come la nostra.
In primo luogo credo fortemente nella necessità per gli abitanti della Valle di avere accesso ai servizi essenziali (copertura rete wi-fi, trasporti funzionali etc) per avere le stesse opportunità di chi vive in città (possiamo parlare di welfare alpino?) e particolarmente di disporre di una sanità in grado di reggere le difficoltà del territorio di montagna, ad esempio con progetti di telemedicina e di domotica. Come già sostenuto in ogni sede, ritengo l’ospedale di Susa una necessità assoluta ed indispensabile per una valle montana, come la nostra, che si sviluppa per una lunghezza di oltre 90 km, priva di un presidio ospedaliero dotato di struttura adatta per il parto e per le emergenze sanitarie che si possono verificare e che impongono un ricovero nelle strutture della cintura torinese; il preciso impegno di chi amministra il territorio è arrestare la decrescita dei servizi che mette in seria difficoltà i cittadini: soprattutto ora, in periodo di emergenza sanitaria, questa necessità si fa ancora più forte.
Sono convinta della necessità di forme di sostegno al lavoro, soprattutto per i giovani che scelgono di vivere e lavorare qui, tra la montagne, contribuendo, magari con qualche piccola azienda, a mantenere in vita e a tramandare i valori di solidarietà e di generosità che, insieme alla dura fatica quotidiana, da sempre contraddistinguono la vita sulle Alpi. Perché la vita in Valle è fatta anche di solidarietà e generosità. I miei nonni paterni sono emigrati qui dalla Sardegna negli anni ’60 del secolo scorso e hanno trovato, proprio a Bussoleno, non solo il lavoro, ma soprattutto la vicinanza, la stima e il rispetto delle persone che vivevano qui. Si sono intrecciati legami famigliari, affetti e amicizie che durano ancora oggi.
La vocazione di una valle di transito è anche l’accoglienza e, a prescindere dall’entrare in merito della questione TAV, indubbiamente la presenza di una forma di coinvolgimento/mobilitazione collegiale di buona parte della popolazione nell’arco di tanti anni ha contribuito ad una dimensione identitaria e collegiale di solidarietà e compartecipazione che non si riscontra in altri luoghi.

Saperi, abitudini, musiche e danze tipiche ormai quasi dimenticate, lingue minoritarie, tradizioni, feste popolari, cultura alimentare alpina, luoghi di socialità rurale, tutto il patrimonio immenso delle risorse immateriali possono divenire elementi centrali per un nuovo progresso locale che crei orizzonti turistici nuovi, che fondano la loro progettazione nelle tradizioni, nella natura, nell’arte, nel paesaggio, nell’enogastronomia, nel recupero dei piccoli borghi alpini. Perché, diciamolo, non abbiamo bisogno di turismo “predatorio”, “mordi e fuggi” né di nuove strade che portino in quota per soddisfare le esigenze dei motociclisti di passaggio (vedasi compensazioni), ma di attività sostenibili che preservino il paesaggio, nel rispetto dell’ambiente e della storia millenaria di questa valle.

Piccoli spunti di riflessione che, senza pretese, se condivisi, possono aiutarci a creare “la Valle che vogliamo”: una valle che profuma ancora di resina (come in “vecchio” film), quando la sera d’inverno in montagna si accende il fuoco nella stufa e si tengono fuori dalla porta la neve e il buio. Dentro, la luce e la generosità di una tavola apparecchiata, come una volta, quando all’ospite che entrava in casa all’ora di cena, si era soliti chiedere (anche se si era poveri, anche se il cibo era poco):“Vuoi mangiare qualcosa?” – metafora dell’accoglienza e del rispetto. Che non è poco, in tempi di Covid.

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2 COMMENTI

  1. In bassa valle, i miei genitori sono arrivati dalla Puglia e dall’Umbria; curiosa commistione fra ricerca di lavoro e spazi migliori. E, dove vivevamo, ogni mattina c’era una mandria di mucche che transitava sotto casa diretta verso il pascolo. Bastavano pochi passi per imbattersi in prati, campi coltivati e mucchi di letame. Ma i tempi che cambiano, o la fabbricazione di un’improbabile nuova civiltà non hanno permesso la conservazione di queste amenità rurali. Negli stessi identici luoghi, dove da bambini andavamo raccogliere le punte di asparago selvatico, ora ci sono asfalto e villini. Che fanno certamente immagine molto cittadina, ma lontanissima dalla vita di campagna, dove la piazza del paese, nelle sere d’estate, ospitava riunioni di giochi alle bocce. Oggi non è più possibile, avendo il sindaco lastricato il territorio confinando anziani e bocce in un recinto dedicato. Legittimo assistenzialismo, per carità, molto più a disposizione dei sofismi urbani più che non della collettività agricola. Dove c’era la latteria, con tanto di mucche nel cortile, ora un cartello recita: qui c’era una latteria; insieme esponendo a immagine di museo reperti di attrezzi ormai dimenticati, perché il latte proviene dai cartoni della Centrale.

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