VALSUSA, UN RICORDO DEL GRANDE BRUNO CARLI

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di MARIO RAIMONDO

Una sera di pioggia in un locale della Valle di Susa…Io e Valter, seduti al tavolino, con quel bicchiere di birra da bere, da sorseggiare, chiacchierando del più e del meno mentre il treno del tempo e della storia inesorabilmente avanza… Poi il discorso cade su Bruno Carli. È Valter a dare l’incipit: “Ti ricordi Bruno Carli?”. Oh, sì, mi ricordo… Ero amico di quell’uomo e quell’uomo mi affascinava… Mi affascinava il suo sguardo limpido: quando ti guardava, sembrava che negli occhi avesse una sciabola che doveva trafiggerti… Ma poi non era così… Mi piaceva andare nella sua casa di Piossasco, che mi sembrava un museo per via di quella collezione di radio d’epoca, oggetti vari e di cimeli della Seconda Guerra Mondiale, che Carli custodiva come reliquie e mostrava con parsimonia, narrandone con aneddotica informata la provenienza e la storia. Bruno Carli fu la mia guida per una lunga serie di articoli che scrissi sul settimanale locale La Valsusa, in occasione del cinquantenario della Guerra Partigiana nelle nostre valli. Grazie a lui, conobbi persone come Ugo Berga, Giulio Boulangier, Cesare Mondon. Fu lui che mi indicò come arrivare ad Urbano Lazzari, il Comandante Bill, l’uomo che arrestò Mussolini sulla via della fuga verso la Svizzera. Quella persona mi piaceva anche se eravamo – non solo per via dell’età – distinti e distanti… Lui un ‘comu’, io un ‘anti’. Eravamo – col senno di poi – entrambi prigionieri di quell’usbergo che era stato l’armamentario ideologico del Novecento.

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Sorrideva quando parlava dei ‘suoi’ tre di Bussoleno (i professori Gigi, Sergio e Nicoletta), che portavano avanti le idee ed i valori eterni della Resistenza e della Costituzione Repubblicana del 1948. S’incupiva un po’ quando parlava di quel maledetto 21 Gennaio 1944, giorno che stravolse per sempre la vita della sua famiglia, giorno in cui il fratello Carlo cadde vittima di un’imboscata nazifascista. Si commuoveva ricordando il dolore di sua madre ed il dolore di tutte le madri che perdevano i figli nelle guerre. In tutte le guerre… Fu in una di quelle occasioni, che gli chiesi se credeva in Dio. Rispose: “Ad Auswitzch, Dio, dov’era? E a Mauthausen, Dio, dov’era? E se Dio esiste ed è il padre buono che ci dato un’anima mi domando: che razza di anima ha dato ad Heinrich Himmler? E a Reinhard Heydrich? Ed a Joseph Goebbels? Ed agli assassini di Cristo come a quelli di Cesare che anima ha dato, Dio?. Non ci sono risposte, io sono ateo ma credo che l’enigma di Dio sia al di là della portata della Storia e quindi al di là di ogni possibile interpretazione umana. Poi come tutti penso, mi pongo domande. Non so se ci saranno mai le risposte…”. Già le risposte… Chissà dove cercarle… Valter mi ha ascoltato e si è ammutolito. Usciamo in silenzio sotto la pioggia novembrina. Sul tavolo del bar il boccale di birra è rimasto mezzo pieno… Forse, mezzo vuoto (…).

(Foto del Valsusa Filmfest)

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