SUSA, I DIPENDENTI DELL’EUROSPIN COSTRETTI A FARE LE VISITE MEDICHE A 350 CHILOMETRI DI DISTANZA / LA CISL: “NON È GIUSTO, PROTESTEREMO”

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Dicembre 2017: la protesta dei lavoratori e della Cisl davanti all’Eurospin di Susa

SUSA – Scoppia un nuovo caso all’Eurospin di Susa, dopo quello della lavoratrice che si era rifiutata di lavorare la domenica di San Silvestro. Lunedì 19 febbraio una dipendente residente a Bussoleno è dovuta andare fino a Verona per effettuare la visita medica obbligatoria. Una procedura che la dirigenza di Eurospin applica verso tutti i dipendenti della catena di discount in Italia: i lavoratori sono obbligati a recarsi a Verona partendo anche dalla Sardegna o dalle regioni del Sud, perchè l’azienda non permette le visite mediche vicino al luogo di lavoro.

A denunciare il fatto è la Cisl attraverso il sindacalista Sabatino Basile, responsabile torinese di Fiscascat: “Si tratta di una procedura ingiusta, per la quale avvieremo la mobilitazione dei lavoratori organizzando nuove proteste, rivolgendoci ai nostri legali e coinvolgendo la consigliera di pari opportunità della Regione Piemonte” spiega a ValsusaOggi.

La dipendente del supermercato di Susa è partita lunedì alle 7 mattino insieme a un’altra collega di Susa per andare fino a Verona, percorrendo in mezza giornata circa 700 chilometri tra andata e ritorno: ha dovuto fare 7 ore di viaggio per una visita medica durata neanche 10 minuti. Il tutto, nonostante avesse chiesto la settimana prima – inviando una mail ai dirigenti di Eurospin – di poter fare il controllo aziendale presso uno studio medico a Torino o nella sede di Susa, con la visita a domicilio da parte del dottore, così come fanno altre importanti catene commerciali con i propri dipendenti. Dalla direzione non sono arrivate risposte ufficiali e venerdì mattina ha comprato il biglietto.

Altra richiesta rimasta inascoltata riguarda la questione dei soldi: i dipendenti di Eurospin infatti devono pagare di tasca propria in anticipo tutte le spese di viaggio (in questo caso il treno per Verona e il taxi, oltre al pranzo) e ricevono il rimborso in busta paga solo nei mesi successivi. Nella mail, la donna aveva chiesto di poter avere almeno il biglietto di viaggio pagato dall’azienda e un piccolo fondo cassa per le altre spese di viaggio. “La lavoratrice di Bussoleno ha due figli piccoli e lavora part time – aggiunge Basile – per lei e altri colleghi anticipare da una settimana all’altra quasi 200 euro per una trasferta rappresenta una difficoltà oggettiva. Basterebbe almeno che i lavoratori ricevessero dall’azienda il biglietto pagato del viaggio…invece neanche quello”.

Dal canto suo, Eurospin  fa sapere che – come per il caso avvenuto a dicembre – non intende replicare a quanto denunciato dai sindacati. La lavoratrice non ha ottenuto risposte ufficiali alle sue richieste: soltanto venerdì pomeriggio, quando ormai aveva comprato con la collega il biglietto del treno, l’ispettore di zona le ha fatto sapere che per questa volta poteva anche non andare a Verona (si trattava già della terza trasferta effettuata da quando è stata assunta, per visite mediche e corsi di formazione).

“Per senso di responsabilità la dipendente ha comunque obbedito all’azienda ed è andata fino in Veneto – aggiunge Basile – sia perché ormai aveva già pagato il biglietto, sia per rispettare la legge. La certificazione dell’ultima visita medica, che aveva fatto due anni fa, era già scaduta e quindi non era più in regola dal punto di vista lavorativo”.

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4 COMMENTI

  1. Il totalitarismo sconclusionato, mirato al risparmio selvaggio, di alcune aziende. E non sono poche, è solo che queste notizie rimangono spesso chiuse nell’ambito di settore.

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